La campagna “Ero straniero”, sostenuta da 90mila firme, pone una semplice domanda: come garantire canali regolari di ingresso nel nostro Paese? Ad oggi l’unico canale d’ingresso legale nel nostro Paese per motivi di lavoro è rappresentato da un decreto flussi annuale che ogni anno viene adottato in via transitoria. Da oltre dieci anni manca un documento programmatico triennale sulle politiche migratorie. È vero, nel 2006 il mondo era completamente diverso, ma allora come oggi l’immigrazione non rappresenta più un’emergenza. Gli sbarchi si sono drasticamente ridotti e dovremmo concentrarci su rimpatri e integrazione. Quest’anno il decreto flussi autorizza circa 31mila ingressi per i lavoratori non comunitari. Quel decreto, firmato dall’allora sottosegretario Giorgetti, ha confermato lo stesso numero di ingressi autorizzati nel 2018 dal governo Gentiloni.

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A fronte delle 18mila quote per lavoro stagionale nell’agricoltura e nel turismo sono state presentate 47mila domande e sono stati rilasciati meno di 10mila nulla osta. A fronte invece degli altri 12850 ingressi consentiti per lavoro subordinato o autonomo sono state presentate circa 9200 domande e sono stati rilasciati 88 nulla osta.Il termine per le domande scadrà il prossimo 31 dicembre, ma già oggi è evidente che questo sistema non riesce più a incrociare domanda e offerta. Chi dice che si entra in Italia solo chiedendo permesso va messo di fronte alla realtà: sono gli italiani a chiedere in molti settori l’aiuto degli extracomunitari. Su questo tema serve un confronto pragmatico per venire incontro alle esigenze delle imprese e delle famiglie. Chi chiede di essere regolarizzato non ruba il lavoro agli italiani, vuole solo inserirsi in un percorso di legalità. Le audizioni sulla proposta di legge “Ero straniero”, che riprenderanno martedì in commissione affari costituzionali alla Camera, possono permettere di aprire un dialogo con Confindustria, Confartigianato e Coldiretti perché la battaglia del comitato “Ero Straniero” chiama in causa anche loro. Non bastano i sindacati, non bastano le associazioni del terzo settore, perché la sfida dell’integrazione e del contrasto al lavoro nero è un patrimonio di tutti e non deve essere oggetto di facili polemiche e strumentalizzazioni. Può rappresentare un’ottima occasione di emersione del lavoro nero, con circa 1 miliardo all’anno di introiti per le casse dello Stato.