Le vere ragioni per cui una persona decide di togliersi la vita restano sempre avvolte nel mistero. È difficile capire che cosa avviene davvero nella sua testa e nel suo cuore. Impossibile quindi stabilire rapporti di causa-effetto certi e dire: si è ucciso per questo, si è ucciso per quest’altro. Ma ci sono episodi che levano, se non tutti i dubbi, perlomeno qualche domanda e spingono a ragionare su quanto è accaduto. È andata così per il vigile di Palazzolo, in provincia di Brescia, che l’altro ieri si è tolto la vita, sparandosi un colpo con la pistola di ordinanza.

Le motivazioni profonde per cui Gian Marco Lorito, 43 anni, ha deciso di compiere questo terribile gesto non le sapremo mai, conosciamo però la causa esterna scatenante: il vigile aveva parcheggiato la macchina in un posto per disabili, era stato scoperto e la foto era finita sui maledetti social. Ad accorgersi dell’errore compiuto da Lorito era stato il presidente dell’associazione nazionale mutilali e invalidi civili, di cui volutamente non facciamo il nome. Non lo facciamo perché non ci interessa ora mettere alla gogna lui, ma criticare un meccanismo che va fermato. Assolutamente fermato.

Il presidente infatti poteva denunciare l’accaduto senza mettere la foto dell’auto, da cui poi si è risaliti al conducente. Bastava raccontare l’accaduto, sfogarsi contro una situazione che immaginiamo accada più volte, creando grossi problemi a chi già ogni giorno deve affrontare una via crucis attraverso le nostre città poco attrezzate. Si è scelto invece di sbattere l’errore sui social, di dare sfogo all’indignazione e il vigile, che pure aveva chiesto pubblicamente scusa, è stato travolto dalle offese, dagli insulti, dalle critiche. “Chi è senza peccato scagli la pietra”: il monito di Cristo è un lontano ricordo. Siamo diventati un popolo che quando si tratta di lapidare, è sempre in prima fila, pronto a lanciare la pietra, a giudicare, a chiedere pene sempre più severe, assolutamente disinteressati della tenuta civile della nostra società.

Gian Marco a un certo punto non ha retto. Ha avuto paura, paura di essere giudicato, di perdere la stima e il rispetto che si era conquistato in tanti anni. E si è tolto la vita. E allora noi abbiamo il dovere di ragionare su quanto è avvenuto. Capire in che cosa abbiamo sbagliato, che cosa dobbiamo fare perché questi episodi non si ripetano più. Nella storia di Gian Marco ci sono alcune caratteristiche che si ripetono continuamente. La prima è l’ossessione per la denuncia: ci sentiamo come tanti Savanarola pronti a liberare il mondo dal male.

Interessa poco che il male in realtà sia l’errore commesso da una persona in carne e ossa che come tutti può sbagliare. Deve sbagliare, perché è l’errore che ci rende umani, non la perfezione, non l’ossessione per una onestà che diventa un dogma, una fede religiosa che in nome dei propri valori cancella le singolarità, i difetti, l’umanità. Un’altra caratteristica è legata al modo di fare giornalismo in questo Paese: esiste un filo rosso, sottile ma indistruttibile, che lega l’odio social a come in questi anni i giornali hanno alimentato le convinzioni dell’opinione pubblica. Veniamo da decenni in cui per i giornali un’accusa è una condanna, un avviso di garanzia è una sentenza definitiva, in cui basta che un magistrato dica bah per finire nella lista nera.