Ma l’Europa, rinnovata dal voto del week end, si interessa di scuola? Sembrerebbe di no, almeno a giudicare dallo spazio occupato nei programmi elettorali. Pochissimi i riferimenti, talvolta solo per qualche confluenza con altri temi. Non è proprio così secondo Mario Mauro, ex ministro della Difesa, uno che ha incrociato entrambi i mondi: scuola e Parlamento europeo. Di quest’ultimo è stato vicepresidente dal 2004 al 2013; di scuola si era occupato in precedenza, prima come insegnante in provincia di Foggia, poi come Responsabile di Scuola e Università per Forza Italia.

Quello che risulta interessante, approfondendo con lui la questione, è comprendere la diversa prospettiva da cui l’Europa osserva e in un certo senso “utilizza” la scuola per i propri obiettivi. Il docente medio ne è solitamente ignaro. Il primo di questi obiettivi è l’integrazione. “L’Europa è un crogiuolo di razze e culture, perciò la scuola è percepita come il luogo privilegiato in cui si possono incontrare e integrare. C’è ancora tanto da fare, ma di certo possiamo affermare che oggi le giovani generazioni si sentono certamente più europee di quelle precedenti”. Anche in questa prospettiva si comprende la grande attenzione europea a discipline come l’arte, la musica e gli sport, che si traduce nelle famose Raccomandazioni ai Paesi membri. Dall’incontro tra le diversità, nello spazio europeo, emergono prospettive interessanti. Mauro, per esempio, si è impegnato in Parlamento con Garry Kasparov, il grande giocatore di scacchi, per sensibilizzare all’introduzione degli scacchi a scuola per le competenze logiche legate alle discipline Stem.

L’Europa si occupa di scuola anche nel senso che la valuta. Non è letto quanto dovrebbe il Rapporto “Education at a Glance”, redatto dalla Commissione Europea sulla base dei dati Ocse. Non lusinghieri, come è noto, i risultati dell’Italia: “La nostra posizione è curiosa. Siamo uno dei paesi che ha fatto più riforme, ma di fatto non abbiamo migliorato la qualità dell’istruzione e la sua interazione con il mondo del lavoro, perché ci si è limitati a riforme di riorganizzazione per sopperire al calo degli studenti”. Da questa valutazione emerge un altro importante aspetto ben osservato, la dispersione scolastica. La lente europea si focalizza sul rapporto tra abbandono e contesti socio-economici. Anche qui c’è un paradosso.

“Siamo portati a pensare che la dispersione coincida sempre con i contesti economicamente disagiati, ma spesso non è così. Ci sono realtà, come il bergamasco, in cui è proprio la grande offerta di lavoro a spingere di fatto verso la dispersione scolastica, perché i ragazzi sono più attirati dal lavoro che dallo studio. In questo senso, possono rappresentare una buona opportunità i cosiddetti ITS, Istituti Tecnici Superiori, che forniscono una formazione più elevata in effettiva relazione con il tessuto produttivo”. Ma c’è un paradosso ancora più grave e su questo Mauro si altera parecchio. “Stiamo a discutere tutti i giorni dei 150mila immigrati che sbarcano a Lampedusa, ma non ci preoccupiamo dei 200mila giovani che si formano in Italia e poi sono costretti ad emigrare all’estero per esercitare le competenze acquisite”. Non è dispersione anche questa? E ci costa ancora di più.

Pino Suriano

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