Il Pci, la sua fascinazione e la sua decadenza, a cento anni dalla sua fondazione. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici italiani: Marcello Flores. Il professor Flores ha insegnato Storia comparata e Storia dei diritti umani nell’Università di Siena, dove ha diretto anche il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies. Tra le sue pubblicazioni più recenti, La forza del mito. La rivoluzione russa e il miraggio del socialismo (2017, Giangiacomo Feltrinelli Editore), Il secolo dei tradimenti. Da Mata Hari a Snowden, 1914-2014 (2017, Il Mulino) Storia della Resistenza (con Mimmo Franzinelli, 2019, Laterza). Il 14 gennaio sarà nelle librerie Il vento della rivoluzione. La nascita del Partito comunista italiano (Laterza), scritto assieme a Giovanni Gozzini.

Nel raccontare il suo diventare un comunista italiano a 14 anni, nell’intervista a questo giornale, Goffredo Bettini ricorda: «Sono diventato del tutto casualmente un comunista italiano a 14 anni… Il Pci diventò la mia nuova casa interiore. Fu un’attrazione fortissima: un fattore d’ordine, di disciplina, di sentimenti alti e disinteressati, di continuo apprendimento dal presente e dalla storia». Professor Flores, perché questa funzione “pedagogica” è andata via via scemando fino a scomparire del tutto, e non solo a sinistra?
Bisognerebbe anzitutto tener conto che questo atteggiamento pedagogico nasce fin dall’inizio, mosso dalla volontà di convincere il movimento operaio, le masse popolari a una azione più coerentemente rivoluzionaria. Questo quando nasce il Partito comunista. Nel dopoguerra, il Pci si configura come forza insieme rivoluzionaria e democratica. E lì c’è la doppiezza dell’obiettivo finale, che rimane sempre il socialismo e la rivoluzione, ma che convive in quel tempo con la determinazione togliattiana a schierare il partito a difesa della democrazia parlamentare e della Repubblica. Ma la doppiezza si esplicita soprattutto nell’amore per l’Unione Sovietica. Un atteggiamento quasi fideistico. Tutto quello che fa l’Urss va bene. Al tempo stesso, però, il Partito comunista si erge a difesa della Costituzione. Se non è doppiezza questa. Per la mia generazione, l’iscrizione o lo stare vicino al Pci, nasceva già con la consapevolezza che il Partito comunista aveva abbandonato la speranza della rivoluzione, incamminandosi su una via, chiamiamola così, di tipo socialdemocratico. Rimaneva però l’unica organizzazione che aveva forti rapporti di massa e quindi solo lì si poteva comunque continuare a lavorare sulle istanze dell’anticapitalismo e della possibile rivoluzione socialista. Tutto questo ha poi un cortocircuito quando nel ’68 i giovani si muovono per conto loro, e anzi si contrappongono in modo netto al Partito comunista. Il Pci negli anni ’70 ha una grande dimensione pedagogica anche un po’ sul terreno delle riforme e dei diritti. È vero che il Pci rifiuta le riforme, per esempio si astiene sullo Statuto dei lavoratori, cosa che oggi sembra assurda agli studenti quando lo vengono a sapere, ovvero partecipò obtorto collo alla lotta per il divorzio e per l’aborto; però in quell’epoca era l’unica forza politica di massa che sembrava poter recepire le spinte di una società civile che forse mai era stata cosi vivace e partecipata come nei primi anni ’70. Poi c’è l’altro aspetto che segnò quella fase storico-politica incidendo fortemente sul futuro della Repubblica e in essa del Partito comunista italiano…

A cosa si riferisce, professor Flores?
Negli anni ’70, gli “anni di piombo”, il terrorismo pose il Pci in una logica di difesa aprioristica dello Stato, aprendo altre contraddizioni. Io credo che è in quel momento, alla fine degli anni ’70 che il Pci perde molto della sua funzione pedagogica. Una conferma viene quando a prevalere nel gruppo dirigente del partito, e a seguire nella base dei militanti, è quella idea di tipo morale o moralistico di Berlinguer dell’austerità e dei sacrifici. Una suggestione indubbiamente molto affascinante ma che definiva in qualche modo una ideologia della sconfitta: siamo stati sconfitti però noi siamo migliori degli altri.

Ritornando sul concetto di doppiezza, conversando con Il Riformista, Luciano Canfora ha sostenuto che in Italia un grande partito socialdemocratico è esistito, e si chiamava Pci, facendo riferimento al “partito nuovo” delineato da Togliatti nell’Ottavo Congresso del Pci del dicembre 1956. È una provocazione intellettuale o c’è una verità storica in questa lettura?
No, francamente non credo che ci sia una grande verità in questa asserzione. Perché in realtà continuava a incidere e orientare il bolscevismo della prima ora: solo noi abbiamo la verità, solo noi siamo la sinistra, tutti gli altri non lo sono. Dal ’44 in poi, la polemica sarà spesso indirizzata contro i gruppi che sono, nella sinistra, sia a destra del Pci sia alla sua sinistra. La pretesa di essere gli unici che incarnano la verità del movimento operaio e quindi anche del futuro del socialismo, rimane. È la stessa del ’21, una ideologia settaria. Non c’è una prospettiva socialdemocratica, tanto è vero che l’obiettivo di Togliatti, prima, e poi di Berlinguer è sempre stato quello dell’accordo con la Democrazia cristiana, cioè con l’altra forza popolare, l’altra “chiesa”, e non con le forze interne alla sinistra. Perché della sinistra ci si riteneva gli unici e autorizzati rappresentanti. Quindi tutte le ipotesi di un grande partito socialdemocratico, come solo Amendola provò a suggerire nel ’64 e fu sbeffeggiato da tutti, in realtà non esistevano, non facevano parte del “partito nuovo” che nasce con Togliatti nel ’44 e negli anni successivi. Fuori dalle suggestioni sull’austerità, il punto più alto della strategia berlingueriana, piaccia o no, è stato quello del compromesso storico, così come fu argomentato nei suoi articoli su Rinascita, ragionando sul golpe in Cile.

Ormai si approssima il centenario della nascita del Pci (21 gennaio 1921). Si annuncia una pioggia di libri… Cos’è, una operazione di marketing politico-editoriale, o il segno di una riflessione che guarda al futuro anche con una rivisitazione autocritica del passato?
Io credo che i centenari e i grandi anniversari siano diventati l’occasione e il termometro della cultura contemporanea. Sicuramente ci saranno in questo caso alcuni motivi di riflessione, alcuni tentativi di proporre una rilettura del passato guardando al futuro. Altri invece punteranno a un’analisi storica, di cosa accadde davvero in quel momento, e perché e come nacque il Partito comunista. Credo però che difficilmente da quella esperienza si possano trarre delle sollecitazioni utili per il futuro. Innanzitutto perché la maggior parte almeno dei saggi che sono già usciti o dalle riflessioni che sento, partono da un dato erroneo dal punto di vista storico…

Vale a dire?
Che il vero Partito comunista, come dice molto apertamente Giuseppe Vacca, nasce nel ’26 con il Congresso di Lione, e quindi non è quello del ’21. E questa è la tradizione comunista che ripropone se stessa, che rifiuta quel settarismo dei primi anni, però in modo ambiguo, in fondo reticente. Perché rifiutare apertamente quel settarismo, significherebbe ammettere che la scissione di Livorno è stata una catastrofe, e che non si doveva fare. Cosa che invece nessuno, neanche Amendola, quando propone, nel ’64 la riunificazione dei due partiti, ha il coraggio di fare. Nonostante tutto, si continua a sostenere, anche se con accenti diversi, che quella scissione andava fatta. Non si capisce perché, visto che essa è il suggello di una sconfitta che si era consumata sul piano sociale, perché l’occupazione delle fabbriche è già finita, ed è fallita, e sta invece nascendo e imponendosi la forza del fascismo. Nel momento in cui c’era più bisogno di una vera unità, almeno sulla difesa della democrazia liberale, si compie la scissione. I centenari possono dar vita a tante belle opere ma in genere non sono molto utili per una riflessione che riguardi il futuro.

Siamo passati da un’epoca segnata dal Pci come una sorta di “Re Sole politico”: la sinistra sono io, ad un presente in cui la parola sinistra, non dico comunista, sembra diventata imbarazzante, quasi impronunciabile, meglio dirsi democratici, progressisti… Perché questa reticenza, professor Flores?
Un po’ perché nella storia italiana la sinistra è stata nella maggior del tempo della vita della Repubblica egemonizzata dal Partito comunista. E quindi dirsi di sinistra, sembra in qualche modo voler dire sì, io accetto quella tradizione lì. Detto questo, resto convinto che chiunque sia un discendente dell’ideologia azionista, non possa che ritenersi di sinistra, ma forse non lo dice in modo così continuo ed esplicito e tende più che altro a riferirsi ad un socialismo liberale. Ma siamo pur sempre nel campo delle definizioni. Il problema vero, semmai è un altro…

Quale?
Quelli che continuano a dirsi di sinistra, lo manifestano a parole, nei salotti mediatici, ma poi non c’è un atto dei loro programmi che sia davvero di sinistra. Francamente farei volentieri a meno di una sinistra “parolaia”. Quanto ci sarebbe bisogno, invece, di una “sinistra” che sia tale nei fatti, nel suo agire politico e di governo. Poi si chiami pure come meglio crede.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.