Con la dottoressa Antonietta Fiorillo, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna e del Conams – Coordinamento Nazionale Magistrati di Sorveglianza ripercorriamo alcuni dei punti che ha discusso la scorsa settimana in Commissione Giustizia della Camera, quando è intervenuta nelle audizioni nell’ambito dell’esame delle proposte di legge (Bruno Bossio, Ferraresi, Del Mastro, delle Vedove) riguardanti l’accesso ai benefici penitenziari per gli ergastolani ostativi.

Dottoressa, in generale, come dare attuazione a quanto chiede la Corte Costituzionale?
L’indicazione che la Corte Costituzionale, seguita all’intervento della Cedu, ha dato al Legislatore con la sentenza 253/2019 e con l’ordinanza 97/2021 è un’indicazione chiara: nessuna presunzione assoluta di pericolosità, ma una presunzione relativa che dovrà essere valutata dalla magistratura di sorveglianza attraverso l’esercizio di quella discrezionalità informata e prudente che caratterizza la funzione.

Ci spieghi meglio.
L’obiettivo è quello di consentire alla magistratura di sorveglianza di valutare nel merito le istanze dei condannati per reati di mafia che, ove ricorrano i presupposti che saranno stabiliti, potranno richiedere l’accesso ai cosiddetti benefici. Quindi nessun “diritto” ad ottenere il permesso premio o la liberazione condizionale, ma la possibilità di chiedere che sia valutata dal giudice, a seguito dell’istanza, l’effettività del distacco dal contesto criminale di appartenenza ed il pericolo di ripristino dei collegamenti oltreché il percorso di risocializzazione intrapreso.    

Su quali punti si è soffermata maggiormente in audizione?
Un passaggio delineato in tutte le proposte riguarda il corredo informativo che dovrà essere acquisito dagli organi investigativi, anche territoriali, dalle altre Autorità giudiziarie quali PNA, DDA, che dovranno fornire informazioni attuali ed approfondite, anche sul contesto socio-familiare; quanto più tali informazioni saranno aderenti alla complessiva situazione del soggetto, tanto più l’esercizio della discrezionalità di cui ho già detto potrà essere consapevole e prudente. Nelle proposte si fa riferimento anche ai “pareri”. Basta intendersi: quello che noi chiediamo è che siano corredati da informazioni aggiornate e concrete.

Il Presidente dell’Anm Santalucia ha detto che “non si può gravare il detenuto non collaborante, proprio per un profilo costituzionale, dell’onere di provare l’assenza dell’attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata”.
Si può chiedere al detenuto un onere di allegazione rafforzato. Non basta semplicemente la dichiarazione di dissociazione. In una delle proposte  si chiede di escludere ‘con certezza l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata’ da parte del detenuto che deve specificare anche perché non collabora. Si tratta di passaggi molto forti come ho evidenziato in audizione. In merito al primo ci tengo a dire che il nostro è un giudizio prognostico, probabilistico che può corrispondere alla realtà del soggetto quanto più il corredo informativo sarà completo. Sulle ragioni della mancata collaborazione occorre tenere conto che possono essere le più varie; tra le tante anche quella di non mettere in pericolo se stessi e la propria famiglia. Richiedere come si prevede di esplicitarle quale presupposto di ammissibilità rischia di condurre tale previsione lontano dal quadro delineato dalla Corte Costituzionale.

Come giudica la proposta di accentrare tutto sul Tribunale di Sorveglianza di Roma?
Come già detto in sede di Commissione Antimafia l’accentramento comporterebbe l’eliminazione di quella che è una caratteristica fondamentale della giurisdizione di sorveglianza che è una giurisdizione di prossimità oltre a violare il principio del giudice naturale precostituito per legge.  Non possiamo limitarci ad una valutazione cartolare. Concentrare tutto a Roma porta ad un grande svantaggio: si perdono i dati di conoscenza che il magistrato di sorveglianza può e deve acquisire. Ricordiamoci che entrare in carcere è un obbligo della magistratura di sorveglianza in base a quanto previsto dall’ordinamento penitenziario.

L’accentramento deriverebbe dal pericolo che possiate subire delle minacce da parte dei detenuti o delle loro famiglie affinché non respingiate le loro istanze.
Le minacce, le pressioni possono riguardare, come riguardano, non solo i magistrati di sorveglianza, ma tutti i giudici e i pubblici ministeri che ogni giorno si occupano di criminalità organizzata. Ma con riguardo ai giudici di cognizione e  ai pubblici ministeri nessuno ha mai pensato di accentrare la competenza presso un unico tribunale. Non è che in sede periferica si possono subire più pressioni che in un’unica sede. Questa non mi pare una valida ragione per spostare la competenza.

Durante i difficili mesi della pandemia, la magistratura di sorveglianza è stata fortemente criticata da certa stampa e magistratura requirente per quelle che, erroneamente, sono state definite scarcerazioni. Non temete di essere nuovamente sotto osservazione e certa pressione esterna non potrebbe non rendere serene le vostre decisioni?
Ricevere delle critiche fa parte del “gioco”. Come non dobbiamo essere condizionati dalle pressioni non dobbiamo esserlo da eventuali critiche. Quello che appare corretto è che spesso le critiche sono l’espressione di un vero e proprio pre-giudizio nei confronti della normativa penitenziaria e della funzione di sorveglianza che non trova riscontro nella realtà delle nostre decisioni. L’essenziale è che ciascuno di noi eserciti la sua funzione in scienza e coscienza; ma questo vale per i magistrati di sorveglianza come per tutti gli altri magistrati. E poi me lo lasci dire: è troppo semplice criticare il merito di una decisione in base all’esito della stessa e senza avere conoscenza diretta degli atti.