Israele ha iniziato il viatico che lo condurrà alle elezioni politiche di fine legislatura, il prossimo 26 ottobre. La campagna elettorale è cominciata e va sottolineata la capacità dello Stato ebraico di mantenere perfettamente funzionanti le proprie istituzioni democratiche in una guerra che dura da tre anni, dall’orribile 7 ottobre 2023. La composizione delle liste elettorali procede senza intoppi, non senza una dialettica interna ai partiti e alle coalizioni, a volte polemica e caratterizzata da posizioni estreme.

Quelle del 26 ottobre saranno elezioni epocali, le prime dopo il 7 ottobre, e potrebbero cambiare gli equilibri nella Knesset, il parlamento unicamerale israeliano. Netanyahu, in difficoltà nei sondaggi, ha ripreso smalto grazie alla sua straordinaria capacità politica e alla leadership maturata in trent’anni. A Bibi mancavano solo le ultime uscite della moglie Sara riguardo Yair Golan, leader dei Democratici ed ex vice capo di Stato maggiore, accreditato dai sondaggi di almeno dieci seggi. Golan ha raccolto le ceneri di Meretz e del Partito laburista. Sara Netanyahu si è domandata come Golan, comportatosi da eroe il 7 ottobre salvando bambini e famiglie, potesse essere già al corrente della situazione e pronto a recarsi a Gaza alle 6:30, quando ancora non erano chiare le dimensioni dell’attacco di Hamas. Un’affermazione che ha alimentato un assurdo sospetto complottista.

Golan ha reagito dichiarando di voler denunciare Sara Netanyahu per diffamazione. Ma la dichiarazione ha contribuito ad avvelenare ulteriormente una campagna elettorale che tende a polarizzare l’opinione pubblica e ad accentuare la spaccatura della società israeliana. Gli appelli all’unità e alla moderazione non hanno avuto effetto. Se si stenta a riconoscere la legittimità politica dell’avversario, il rischio per Israele è grande, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti internazionali: la Turchia scalpita contro Israele e cerca di coinvolgere Russia e Cina, oltre ad Arabia Saudita e Pakistan. La coalizione di opposizione ha commesso molti errori, mentre Bibi probabilmente riuscirà a trovare la quadra per formare una coalizione unita, al netto di Itamar Ben-Gvir. I sondaggi indicano una rimonta del premier. L’opposizione, a causa di errori politici e divisioni ideologiche, non riesce a trovare una sintesi unitaria. Eisenkot è l’unico ad avere le idee chiare e i sondaggi lo premiano. L’errore più grande lo ha commesso Naftali Bennett, con l’abbraccio politicamente letale con Yair Lapid, leader di Yesh Atid ed ex primo ministro. Per la prima volta un politico ebreo e sionista, dimettendosi dal partito di Lapid, si candida nelle file del partito islamico Raam, guidato da Mansour Abbas.

I Democratici di Yair Golan dichiarano che non parteciperanno a nessun governo se non alle loro condizioni. C’è inoltre una profonda differenza nell’opposizione sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli ebrei ortodossi renitenti alla leva. Più ci si avvicina al voto, e più si accentuano le divisioni. In caso di stallo, cioè se nessuna coalizione raggiungesse i 61 seggi necessari per governare, potrebbe profilarsi un governo di unità nazionale. In questo caos politico, una cosa deve assolutamente prevalere: il fair play. Chiunque vincerà dovrà essere rispettato e non dovrà fare l’asso piglia-tutto. Soprattutto in assenza di una Costituzione, in Israele cambiamenti istituzionali epocali non possono essere decisi con una maggioranza semplice: serve un coinvolgimento politico più ampio.