Si racconta che alla fine degli anni 30 del secolo scorso l’ambasciatore nazista in Francia Otto Abetz visitò Picasso nel suo appartamento parigino e notando sul tavolo una foto del suo celebre quadro Guernica gli chiese: «Avete fatto voi questo orrore, Maestro?». Picasso rispose: «No, è opera vostra». Le cronache non raccontano con che espressione l’ufficiale nazista accusò il contraccolpo ma sicuramente ha qualcosa in comune con la faccia che certa politica ha sfoderato di fronte ai numeri sconcertanti che Oxfam ha pubblicato alla vigilia del World Economic Forum di Davos, ribadendo ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che le disuguaglianze esistono, prosperano e promettono di aumentare a grandi falcate.

Il mondo disegnato dai numeri di Oxfam non ha nulla a che vedere con la decantata società delle grandi opportunità e della meritocrazia che ci viene propinata in continuazione, il mondo disegnato dalle statistiche è una piramide con una base di 3,8 miliardi di poveri che posseggono l’1% della ricchezza spalmata in briciole mentre 2.153 miliardari detengono la stessa ricchezza di 4 miliardi e mezzo di persone. Venendo a noi in Italia l’1% più ricco detiene la stessa ricchezza del 70% della popolazione con una disuguaglianza cresciuta in 20 anni del 7,6%.

Eccolo qui il primo punto, quello su cui la politica (anche la nostra politica) sembra continuare a balbettare: ci sta bene un Paese sbilanciato così? Perché la prima responsabile reazione a un quadro del genere (come per Guernica) sta nel riconoscere uno stato di cose che non lascia troppo spazio alle interpretazioni. Si può credere che tutto questo sia iniquo e immorale (e allora sarebbe il caso di smettere di balbettare quando si parla del “chi più ha, più paghi”) oppure bisogna avere la serietà di confessare che questo è esattamente la società che qualcuno vorrebbe.

Se a qualcuno basta cullare il sogno di poter diventare membro del dorato club dell’1% ricchissimo allora bisognerebbe ricordargli che la mobilità sociale rimane un miraggio poiché i figli dei ricchi a parità di istruzione guadagnano il 17% in più di quelli dei poveri e i numeri ci dicono che i ricchi diventano sempre più ricchi (con un potere economico che continua a consolidarsi) mentre milioni di persone non vedono ricompensati i propri sforzi lavoratiti e non beneficiano mai della crescita. 1/3 dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è destinato a rimanere fermo al piano più basso (quello in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, manterrebbe una posizione apicale: in Italia per diventare ricchi la soluzione migliore è nascere figlio di un ricco.

I numeri poi vanno letti e vanno interpretati: se non ci si fermasse ai tweet di qualche capopolo si potrebbe scoprire che il profondo senso di ingiustizia e di insicurezza che attanaglia il Paese (che lanciano con furore le proposte estremiste) sono il risultato di una disperanza sociale che inchioda milioni di italiani a un futuro ineluttabilmente sempre uguale a se stesso, senza occasioni, senza opportunità. Che i poveri usino così tante energie contro altri poveri per timore di diventare ancora più poveri senza nemmeno osare la speranza di migliorare la propria vita è un sentimento che sarebbe riduttivo rinchiudere nel razzismo o nel cattivismo: si scambia per conservatorismo uno stare fermi per la convinzione che possa andare solo peggio. C’è una politica che riesce a parlare di questo? No, per ora no. Ci si indigna, certo, molto. Ogni anno sui nuovi dati delle disuguaglianze tutti i partiti (tranne qualche spericolato che riesce addirittura a negare i numeri) si crucciano e si indignano. Ma l’hanno fatto loro, anche loro, tutto questo. O no?