Giugno 1970, cinquant’anni fa. Bolle la pentola a pressione della storia. In Italia si discute molto della proposta di legge sul divorzio. Frange di estrema destra tramano per provare a mettere in atto il golpe Borghese. In Cile la sinistra si compatta dietro alla candidatura di Salvador Allende, di cui Pinochet diventa consigliere militare. Ma gli occhi del mondo sono altrove: il 17 giugno si concentrano sul Messico. Si giocano i Mondiali. Si gioca Italia-Germania, la partita del secolo. Una partita-simbolo, divisa in tempi diversi e con capovolgimenti di fronte continui. Una metafora della storia, assurta a simbolo del carattere indomito e sorprendente degli italiani, mai tanto rappresentati da un singolo evento sportivo.

Protagonista indiscusso di quell’incontro è stato Gianni Rivera, inserito dalla Fifa tra i cento giocatori che hanno fatto la storia del calcio mondiale. Un calciatore tecnico raffinato e fatale in campo, capace di disegnare con i piedi le azioni più incredibili. Ma con un carattere che non le mandava a dire, e con una passione per la politica con pochi uguali nel mondo del pallone. La partita ha inizio alle ore 16:00 di mercoledì 17 giugno 1970 presso lo Stadio Azteca di Città del Messico.

Successe di tutto. Gianni Brera, che seguiva dalla tribuna, la sintetizzò così: «I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti. Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato».

«È una partita emozionante, ma è stata pur sempre una partita. Poi non abbiamo vinto la coppa, è servita a poco alla fine», dice Rivera al Riformista.

Ma insomma Rivera, non vi rendevate conto di fare la storia del calcio?
Il clamore suscitato da quella vittoria ci sorprese. La telecronaca di Nando Martellini appassionò il Paese più di quanto credevamo noi uscendo dal campo, andando negli spogliatoi. Tornati in albergo io telefonai a mia madre, come facevo sempre dopo le partite. Lei mi fece sentire dal telefono la pazza gioia della gente in strada. Realizzai solo in quel momento. E capii che lo sport aveva questa potenzialità incredibile di unire le persone, di mettere insieme tutti.

Cosa ha pensato al primo goal di Boninsegna?
Io ero in panchina e sapevo di dover entrare nel secondo tempo. Vidi il goal e dissi: questa partita si vince difendendo questo punto. E andò in tutt’altro modo! I tecnici avevano deciso per la staffetta, Mazzola doveva giocare il primo tempo e io il secondo. E così è stato. Sapevo che era un goal da difendere, perché quella Germania era una grande squadra. Riuscimmo per quasi tutto il secondo tempo a tenere fermo il risultato. Poi successe qualcosa di incredibile.

Il gol della Germania. 1-1.
Quando Schnellinger aveva capito che l’arbitro stava per fischiare la fine della partita, umiliato per il risultato e non volendo incrociare gli sguardi dei suoi compagni del Milan, fece per avvicinarsi agli spogliatoi che erano dietro alla nostra porta. E mentre andava, ecco la palla che attraversa l’area di rigore e gli capita sotto i piedi. Ha fatto goal senza aver costruito l’azione, una rete del tutto casuale.

Quanto conta il caso nella vita?
Il caso conta. Poi però bisogna sapere approfittare del caso per trasformarlo in opportunità. Le chances arrivano nella vita, bisogna avere la prontezza di cogliere la palla al momento giusto e saperla mettere in rete. In campo, si trasforma l’azione in pochi secondi, si decide in una frazione di secondo. Andiamo al secondo tempo. Lei fu protagonista al 110’ di una azione sfortunata, si era infilato tra i pali della nostra porta e il tiro di Muller sfiorò il suo corpo, entrando in rete.

Cosa pensò, tra sé?
Pensai di averla fatta grossa. Ero corso tra i pali perché il portiere Albertosi era uscito troppo. Ero nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. Pensai che se non fossi stato in grado di rimediare, non avrei potuto far ritorno a casa. Mi sono detto che non poteva finire così. E ho tirato fuori tutto, pur al culmine dello sforzo di un incontro così lungo. Corsi in avanti, ripresi la palla e un solo minuto dopo, segnai il quarto goal. E vincemmo.

Una metafora; l’Italia che ce la fa, contro ogni previsione, all’ultimo.
Noi italiani abbiamo dentro una forza di volontà e di carattere non comuni. Sappiamo fare sprint, siamo un popolo che non poggia tanto sulla forza dei muscoli quanto sulla testa, la fantasia, la capacità di aggirare gli ostacoli. E quando siamo messi alle strette, diamo spesso il meglio.

La rivalità tra Mazzola e Rivera è leggenda o ha un fondo di verità?
Ci siamo sempre rispettati, come rapporto umano. Non c’è mai stato uno scontro personale. Siamo stati sempre contrapposti: lui all’Inter, io con il Milan. E sovrapposti, perché giocavamo in campo nello stesso ruolo. Così decisero di alternarci mettendo in atto una staffetta: primo tempo lui, secondo tempo io. Lei è stato anche dirigente del Milan, quando ha smesso di giocare. Poi è arrivato Berlusconi. E mi ha fatto capire che quando c’è lui, non c’è spazio per gli altri. E lì è iniziato il mio impegno politico, cercando di capire, io che ero stato un centrocampista nel gioco del calcio, se si poteva costruire un centrocampo in politica.

Quattro volte in Parlamento, un mandato in Europa, perfino sottosegretario alla Difesa…
Una bella contraddizione, per uno che ha fatto sempre dell’attacco in avanti una professione, finire alla Difesa. Ma è stata una bellissima esperienza, ho conosciuto persone di straordinaria professionalità e ho capito perché l’Italia è così apprezzata nel mondo, nelle missioni internazionali di pace.

Lei qualche volta nelle missioni della nazionale invece mise scompiglio, polemizzando con la federazione, gli allenatori, gli arbitri…
Ho sempre avuto il pregio di dire le cose come stanno. Gli accordi che fanno i dirigenti del calcio e i tecnici sulle teste dei giocatori, a loro insaputa, non mi sono mai piaciuti. Ho fatto molte polemiche? Ho alzato la voce quando sentivo di doverlo fare. Il calciatore è un professionista dello sport, non è una macchina. Siamo persone con le nostre emozioni e il nostro carattere.

Com’è il campo da gioco della politica?
È un campo molto vasto. In quello di calcio si vedono i segni perimetrali, bianchi. Nella politica no. È un campo imprevedibile, pieno di tranelli. Churchill diceva: gli italiani giocano a calcio come andassero in guerra, e vanno in guerra come se fosse una partita di calcio. Ma in entrambe le attività, la guerra come il pallone, devi mettere testa, cuore e gambe. Se lo sai fare, vinci. Altrimenti perdi. Io ho dedicato la mia vita di calciatore a mettere insieme queste tre cose.

Oggi chi vede, tra i bomber del campionato politico?
Ho iniziato a ragionare di politica con Martinazzoli, non so se mi spiego. Oggi non mi appassiona più nessuno.

Conte in che ruolo lo metterebbe a giocare? È un tecnico, no? Faccia il tecnico. Il preparatore, l’allenatore. In partita si barcamena, non lo vedo in campo a lungo.

Salvini, comunque lo si guardi, è un cannoniere.
Con me a centrocampo non sarebbe passata una sua palla. A parte tutto, no. Non mi convince.

Renzi è un altro goleador.
Lo è stato, ha avuto un momento d’oro. Non so se quel momento possa tornare. Ha fatto autogol con il referendum su cui ha scommesso la sua uscita dalla politica. Non avrebbe dovuto rischiare così tanto.

Chi vede come avversario, tra le squadre in parlamento?
Non mi piacciono i grillini. Il Movimento Cinque Stelle è responsabile di aver portato in politica una carica di violenza, anche solo verbale, incredibile. Un clima da curva dello stadio. Da ultras. Il populismo è la malattia di questi nostri anni.

E il no alle Olimpiadi è venuto proprio da loro.
Non ne parliamo, che suicidio! La dirigenza sportiva internazionale era tutta orientata sulle Olimpiadi di Roma, il no della diretta interessata, la Sindaca, è stato incredibile. E ha fatto la fortuna di altre amministrazioni, perché è ovvio che c’è chi ha beneficiato economicamente da quella rinuncia italiana. Una che ha ammesso pubblicamente, con quel gesto, di non volere e di non sapere amministrare una capitale che invece deve vivere di grandi eventi internazionali.

Che cosa c’è nel futuro di Gianni Rivera?
Sono diventato allenatore di prima categoria dopo aver seguito tutto il corso. L’esperienza non basta, serve aggiornamento, rimettersi sempre in gioco con umiltà. E adesso posso allenare club di serie A.

Il Milan, magari.
Con Berlusconi fuori, sarebbe una rivincita. Io sono a disposizione. Certo mi piacerebbe lavorare con chi è in grado di arrivare in alto e vincere. Il Milan sarebbe un buon approdo, ma non metto gli occhi su squadre che hanno già un allenatore vincente. Il patentino ce l’ho. Se una squadra di un certo livello decide di cambiare mister, io sono qua.

Le piace ancora giocare a calcio?
Il calcio quando ti entra nel sangue non va più via. Lei mi ricordava che sono passati cinquant’anni da quella partita, Italia-Germania. Sa come festeggio? Prendo la racchetta e vado a giocare a tennis. Al Foro Italico, ho già prenotato il campo.