In uno dei brani più famosi di Se questo è un uomo, Primo Levi, rievocando la prova di chimica che venne chiamato a sostenere nel lager, scrisse a proposito del suo esaminatore, il famigerato Doktor Pannwitz: «Se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania». La stessa sensazione dovette provare Hannah Arendt nel 1960 quando, inviata a Gerusalemme a seguire il processo contro Adolf Eichmann, il criminale di guerra tedesco catturato dagli agenti del Mossad in Argentina dove s’era rifugiato tre anni dopo la fine del conflitto, per definire il carattere del condannato alla sbarra, coniò l’espressione, divenuta celeberrima: «banalità del male».

Su Eichmann abbiamo scrutinato numerosi documenti, storici e letterari: questi sono andati trasformandosi, nel corso degli anni, in modo sempre più evidente. Nel momento in cui hanno cominciato a scomparire i testimoni dello sterminio, lentamente sono emersi i figli o i nipoti dei sopravvissuti, attraverso i quali non smette di comporsi, in un drammatico e tuttavia necessario e ineludibile passaggio generazionale, l’elaborazione del genocidio ebraico: una delle infamie più tragiche fra tutte quelle perpetrate dagli esseri umani.

In tale registro memoriale va collocato anche El desafortunado di Ariel Magnus, nato a Buenos Aires nel 1975, tradotto da Pino Cacucci per Guanda con il titolo L’esecutore (pp. 250, 18 euro). L’autore, lavorando sulle principali fonti oggi disponibili, ha scritto un romanzo sulla latitanza sudamericana di Eichmann, mostrando in controluce la personalità inquietante di uno dei più spietati funzionari del Reich che fino all’ultimo non palesò alcun pentimento e forse neanche una vera consapevolezza dei crimini commessi. Si era rifatto una nuova famiglia, con moglie e figli, aveva trovato un impiego, continuava a frequentare ex camerati, con ogni probabilità persino Josef Rudolf Mengele, il cosiddetto medico di Auschwitz, prima che questi morisse affogato in una spiaggia brasiliana mentre cercava di nascondersi sotto una falsa identità.

La scelta del modello narrativo non è ovviamente priva di conseguenze: al contrario, vorrebbe certificare una distanza operativa rispetto ad un flagello spesso incomprensibile. Basti pensare alla risoluzione opposta, quella di Jack Fairweather che, nel suo Volontario ad Auschwitz, recentemente uscito nelle edizioni Newton Compton (pp. 403, 9,90 euro), per rievocare la vicenda di Witold Pilecki, membro della resistenza polacca entrato nel famigerato lager allo scopo di informare gli Alleati di quanto stava accadendo al suo interno, ha optato per la forma documentaria, lavorando su nuove fonti rese finalmente accessibili dopo essere state per lungo tempo tenute nascoste e secretate. La figura di Witold peraltro ricorda quella di Jan Karski, militare polacco anch’egli fatto entrare clandestinamente nel ghetto di Varsavia dalle organizzazioni ebraiche, a cui si ispirò Yannick Haenel nel suo Testimone inascoltato (Guanda, 2010).

Torniamo ad Ariel Magnus, che ha quarantacinque anni, tre meno di Jack Fairweather. Entrambi gettano lo sguardo sullo strapiombo raccapricciante della crudeltà umana e ne restano inorriditi. Colpisce in particolare nell’autore inglese la mole dei materiali da lui sollevata e la serie di testimonianze raccolte con un’adesione radicale all’argomento trattato che non si vedeva dai tempi del capolavoro filmico realizzato da Claude Lanzmann: Shoah. Anche se poi è quanto accade allo scrittore argentino a suscitare la reazione più interessante, almeno dal punto di vista stilistico. Magnus infatti per quasi tutto il libro racconta la grande rimozione operata da Eichmann, a stento trattenendo un moto di repulsione, perché si sforza di restare all’esterno, alla maniera del cronista, senza riuscirci, per fortuna aggiungiamo noi, il che conferisce alla sua opera una stralunata e bizzarra patina didascalica.

Il cristallo si rompe nell’ultimo capitolo, After office, nel quale lo scrittore scopre le proprie carte, spiegando di essere figlio di un sopravvissuto, fuggito in Argentina. Appena si mette a gironzolare lui stesso nei luoghi dove visse il carnefice, il libro acquista una potenza nuova: a partire dall’incontro con la signora Gertrudis, anche lei figlia di rifugiati tedeschi, che vive nel villino abitato da Eichmann, alla quale Magnus decide di svuotare il sacco che non ha aperto per noi lettori (se non appunto nelle ultimissime pagine): la storia di sua nonna che, stando a quanto lui scrive, si sarebbe scolata la mezza bottiglia di vino chiesta dal condannato prima di andare alla forca, un rosso della cantina Carmel, dei Rothschild, «la stessa famiglia proprietaria, guarda caso, del palazzo viennese che i nazisti requisirono per installarci l’Ufficio centrale per l’emigrazione ebraica al comando di Eichmann».

I rapporti personali fra i diretti protagonisti e gli investigatori postumi, i nessi quasi incredibili fra i luoghi evocati e le molteplici risonanze storiche così emerse nella dimensione romanzesca possiedono una forza propria e lasciano immaginare, oltre alla natura ferina della specie cui apparteniamo, una regia misteriosa alla guida del destino cieco, crudele o soltanto bislacco che governa o spadroneggia su tutti noi. Saperlo ci spinge a entrare in azione. Se scoppia un incendio, non puoi limitarti a osservarlo dall’esterno. Arriva un certo momento in cui devi intervenire nel tentativo di spegnerlo, se non vuoi che le fiamme lambiscano anche te.