Il sottosegretario Rossano Sasso potrebbe essere, senza saperlo, un allievo “eretico” di Umberto Eco, che negli anni ‘60 raccomandava di studiare Topolino con lo stesso rigore con cui si studia Dante (tanto che Citati paventò scandalizzato la possibilità che si dessero tesi di laurea su Topolino!). Ora, si è tornati a parlare – anche sulle pagine di questo giornale – della relazione tra “alto” e “basso”, tra cultura seria e cultura di massa. Come affrontare oggi tale relazione? Anzitutto: la cultura di massa rappresenta un insieme stratificato ed eterogeneo, e al suo interno dobbiamo saper distinguere quella che eleva la massa, quella che la lascia com’è e quella che la peggiora.

Una volta, limitandoci al cinema, si diceva per esemplificare questa tripartizione: i Blues brothers di Landis migliorano la massa, E.T. di Spielberg la lascia com’è e Il giustiziere della notte con Bronson la peggiora e incanaglisce. Provate voi ad aggiornare gli esempi. Credo inoltre che le due culture siano tra loro fortemente intrecciate (dove mettete Tarantino, che ha influenzato il modo di narrare di un’intera generazione di scrittori?), e che anzi vada incoraggiato il dialogo tra di loro, però occorre mantenere il senso di una gerarchia, ed evitare qualsiasi livellamento acritico.

Vorrei subito citare Susan Sontag, una delle maggiori figure della saggistica novecentesca (il suo nome andrebbe accostato a quelli di Pasolini, di Enzensberger, di Barthes…), che ha dedicato saggi sia a Kafka e alle avanguardie che alla cultura pop. In particolare pubblicò nel 1964 uno dei suoi saggi più celebri, sul cosiddetto “camp”, ovvero l’uso raffinato e ironico del Kitsch da parte della cultura alta, venti anni prima del postmoderno. L’etica della letteratura, ha osservato una volta, non consiste tanto nella “verità” – opposta alla presunta “falsità” della cronaca – quanto nel «modello di completezza, di intensità sentita, di illuminazione» di cui la letteratura autentica può farsi veicolo. Ed è questa la ragione per cui la cultura di massa, pur essendo naturalmente un oggetto da interpretare con attenzione, e in molti casi anche da godere senza sensi di colpa, deve tornare fatalmente a separarsi dalla cultura alta.

La stessa Sontag scrisse una sofferta prefazione alla ristampa del suo Contro l’interpretazione (anni ‘60) facendo parziale autocritica. Nell’accostarsi alla cultura di massa bisogna conservare il senso delle proporzioni: «se devo scegliere tra Jim Morrison e Dostoevskij – e non vorrei trovarmi in questa condizione – sceglierò sempre Dostoevskij…». Appunto: «non vorrei trovarmi in queste condizioni». C’è spazio per tutti. Crimini e misfatti di Woody Allen è una revisione brillante di Delitto e castigo, ma non può competere con l’originale (il quale è però più noioso!). Per quale ragione? Rimeditiamo le parole della Sontag: perché nelle opere che appartengono alla cultura alta c’è una intensità, una ampiezza di visione, una completezza nella descrizione dell’esperienza umana, che mai troveremo in prodotti industriali, anche di ottima fattura, ma pianificati essenzialmente per l’intrattenimento e per la massa (dunque pensati per essere consumati velocemente e senza troppa fatica).

Proviamo a fare qualche altro esempio, alla rinfusa. i Simpson rileggono con acume Shakespeare (Macbeth), il cartone animato South Park Furore di Steinbeck, i fratelli Coen giocano con la tradizione yiddish (nel film A serious man), la serie tv Breaking bad cita perfino un classico sconfinato come Moby Dick (in una puntata intitolata “Caccia grossa”), il tenente Colombo ha un modo di interrogare che ricorda irresistibilmente il metodo socratico, il cantante-performer Caparezza remixa la Divina commedia nella canzone Argenti vive, almeno una generazione si è formata su Corto Maltese, e in alcuni casi la memoria di un’opera rivive anche solo come citazione involontaria, ad esempio l’espressione “tizzone d’inferno” che troviamo in Tex Willer proviene direttamente dai Promessi sposi, etc. Però, evidentemente, i Simpson non sono Shakespeare e Corto Maltese non è Conrad

La cultura di massa può essere un utile punto di partenza, una mediazione indispensabile che porta a un contatto prezioso con la grande tradizione culturale, spesso intrattabile, troppo difficile, però da sola non basta: poi dobbiamo anche essere capaci di liberarcene. La cultura di massa non coincide con la cultura alta per la semplice ragione che non possiede la sua “oltranza”, la sua densità problematica (che non si lascia mai consumare del tutto), non implica un vero urto né sollecita una nostra trasformazione.

Si pensi infine al rapporto conflittuale tra democrazia e cultura di massa (particolarmente evidente negli States): la prima ha bisogno di cittadini consapevoli e responsabili, dotati di senso critico, la seconda si affida a una massa per definizione apatica, fatta di persone che vogliono prodotti spensierati, leggono solo i giornali sportivi, si ingurgitano di tv, dunque incapaci di deliberare e decidere.