«Taci e digiuna, assassino comunista». «Era abituato al caviale… È dura la vita per gli assassini che pagano per i loro crimini». Non si sono certo tirati indietro Matteo Salvini e Giorgia Meloni con commenti che mai potrebbero apparire sulla bocca del loro alleato storico Silvio Berlusconi. L’assassino di cui parlano è naturalmente Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Pac che sta scontando la pena dell’ergastolo nel carcere di Massama, in Sardegna. La notizia è (dovrebbe essere) di ordinaria amministrazione carceraria: un detenuto il quale, durante una seduta del tribunale di sorveglianza, spiega il perché di una richiesta avanzata all’amministrazione penitenziaria. In questo caso si parla di salute, di un cittadino di 65 anni con diverse patologie che chiede un’alimentazione adeguata alla propria situazione sanitaria. Magari vorrebbe potersi cucinare un riso in bianco con una zucchina bollita. Oppure una patata lessa. Ma scoppia il finimondo. Perché, quando si parla di Cesare Battisti, la bava alla bocca si fa subito schiuma e le invidiuzze sociali si accompagnano a qualche frustrazione di chi si crede intellettuale e non riesce a convincere gli altri di esserlo. Quindi picchia duro sul più debole, il carcerato.

Così, a uno sbrigativo Alberto Torreggiani che ha deciso essere l’alimentazione preferita di Battisti «ostriche e pasta alle vongole», si accompagna immediatamente l’insulto più sanguinoso, “gauche caviar”, l’equivalente francese del nostro “radical-chic”. Perché quello che infine si rimprovera a Cesare Battisti, mentre delle migliaia di terroristi che hanno rapinato e ucciso negli anni settanta nemmeno uno è in carcere, non è solo il fatto di aver assassinato, ma di esser diventato uno scrittore e di esser stato difeso da una parte consistente dell’intellighenzia francese di sinistra. Perché a Parigi, durante gli anni di latitanza protetti, i suoi come quelli di tanti altri, dalla “dottrina Mitterand”, lui ha pubblicato diversi noir e ha trovato la solidarietà di Fred Vargas (che sul suo caso ha anche scritto un libro), di Bernard Henry Levy e persino di Gabriel Garcia Marquez. Erano tutti convinti della sua innocenza?

Difficile dirlo, come del resto della gran parte dei tanti italiani che in quegli anni si erano rifugiati in Francia. Ma una cosa è certa, che i giuristi francesi che avevano esaminato le leggi emergenziali e le procedure con cui si conducevano le inchieste sul terrorismo in quegli anni in Italia erano inorriditi. Largo uso dei collaboratori di giustizia, processi indiziari e celebrati, come nel caso di Battisti, in contumacia, non sarebbero mai stati possibili in Francia. E questo è il motivo principale per cui una persona pur condannata all’ergastolo (l’unico comunque tra i suoi ex compagni) ha potuto godere di un cordone protettivo durato molti dei quasi quarant’anni della sua latitanza.

A nessuno interessa particolarmente del cittadino detenuto Cesare Battisti, neanche dei suoi diritti più elementari. Il giorno del suo arrivo in Italia e dell’arresto pareva un uomo piccolo e spaventato atterrato non sapeva dove. E il ministro Bonafede (ma si può definirlo “ministro” uno così?) si è fatto regista di un bel filmatino con tanto di musica rock per celebrare l’evento e umiliare il corpo di un prigioniero. Una volta arrestato e timbrato sulle mani lui è stato internato in un carcere sardo, ben lontano dal luogo dei suoi processi, Milano, in modo che si potesse torturare ben bene chiunque, parenti o amici, avesse la peregrina intenzione di andare a trovarlo. È in isolamento illegittimamente, mentre una sentenza diceva “sei mesi”, e lui è separato da chiunque altro da oltre due anni. Chiede di essere curato e gli danno voltaren e tachipirina. Nessuna visita specialistica, per lui. Non può cucinare perché i terroristi, come i mafiosi e altri ultimi della terra, non ne hanno diritto.

Chiede infine che, oltre a tutti i problemi di salute che ha già, non gli si faccia venire anche un’ulcera perforante, e viene irriso: volevi il caviale, eh? No, volevo il riso in bianco. Gli fanno pagare le sue tante vite, perché da proletario e rapinatore è diventato terrorista e politico, e poi scrittore e amico di tanti intellettuali. E infine una sorta di migrante, in giro per il mondo, per sfuggire a quel che poi, infine, gli è capitato. In fondo a una lettera, che ha scritto quando gli è stata rifiutata la possibilità di scontare la pena, nei mesi per pericolo di contagio da Covid-19, a casa di suoi parenti, cita la famosa frase di Victor Hugo che consigliava, prima di dare il proprio giudizio sulla civiltà di un Paese, di visitare le sue prigioni. Pensate che scandalo se il pensatore francese avesse parlato anche del cibo! Taci e digiuna, miserabile, qualcuno avrebbe potuto dirgli.