La dimissioni avrebbe dovuto darle, e di gran corsa, il 15 gennaio 2019, dopo aver messo su Facebook un video-choc che riprendeva un detenuto mentre gli prendevano le impronte digitali, gli facevano la foto segnaletica e gli mettevano le manette. È quel video sulla cattura di Cesare Battisti, dal titolo “Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo”, e che è stato poi prontamente fatto sparire, la vera macchia nera del ministro Alfonso Bonafede. Se qualcuno avesse presentato quel giorno una mozione di sfiducia per indegnità morale (oltre che per violazione dell’articolo 114 sesto comma del codice penale), quanto meno il tribunale della storia avrebbe condannato il suo peggior ministro guardasigilli. Sarà invece probabilmente un processo morbido, quello cui verrà sottoposto oggi al Senato il ministro di giustizia. Anche se i reati commessi sono tanti, e gravi.

Violazione del codice d’onore, prima di tutto, cioè di quella regola che dovrebbe distinguere le persone per bene dal resto del mondo, cioè di coloro che mantengono la parola data. Prendiamo ad esempio quel che scriveva, sempre su Facebook (il suo gingillo preferito) il 15 dicembre 2019, neanche sei mesi fa. «Questo è un mese molto importante per i cittadini che pretendono una giustizia che funzioni». E giù un bell’elenco. La riforma del processo penale, prima di tutto, a cui dice «stiamo lavorando giorno e notte». Si devono però a un certo punto essere fermati, lui e i suoi collaboratori, e non è detto che alla fine ciò sia un male. Perché di quella fatica non c’è traccia sulla Gazzetta Ufficiale. E non si può dimenticare che quella riforma rappresentava l’impegno assunto dal ministro addirittura con il governo precedente, e che avrebbe dovuto esser realizzata entro un anno. E va ricordato anche che quella riforma avrebbe dovuto essere precedente a quella sciagura che rende l’Italia l’unico Paese al mondo in cui i processi non finiscono mai. Un’altra bella pensata di quel giorno di dicembre in cui il ministro annunciava l’entrata in vigore della contro-riforma sulla prescrizione, quella che condanna all’eternità dell’attesa chi abbia avuto un giudizio negativo con la sentenza di primo grado. Quella che non avrebbe mai consentito l’assoluzione nel processo di appello di Enzo Tortora. Questo è stato un impegno mantenuto, purtroppo.

Non così per un altro enfatico annuncio, la riforma del Csm. La quale avrebbe potuto forse mettere almeno una pezza, per il futuro, al groviglio di lotte intestine che sempre precede, nel mondo politico di pm e giudici, sia le elezioni del Csm e che le nomine dei dirigenti degli uffici. Le intercettazioni rese pubbliche in questi giorni sono solo la dimostrazione plastica di un mondo che rappresenta la degenerazione della politica giudiziaria. Forse si sarebbe ugualmente arrivati alle forzate dimissioni dello stesso capo di gabinetto di Bonafede anche con la riforma, ma forse lo stesso ministro avrebbe capito (non ne siamo certi) che sarebbe meglio se nel suo luogo di lavoro non ci fossero tanti magistrati. I quali fanno politica, esattamente come i parlamentari. La riforma mancata avrebbe dovuto “difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ed eliminare le degenerazioni del correntismo”. Ottimo, ministro, perché non l’ha fatta? Aveva detto che era in porto. Nel porto delle nebbie, forse?

Dobbiamo però ammettere che lei qualcosa ha fatto, signor Ministro. Per esempio sulle intercettazioni, la cui utilizzazione viene ampliata al massimo dalla sua riforma e sembra finalizzata, più che ad aiutare le indagini, a costruire la gogna, soprattutto di persone legate alla Pubblica Amministrazione. Soprattutto attraverso l’uso di quel captatore informatico che tanto peso ha avuto nel processo Palamara. È un po’ una fissazione del ministro, quella dei reati dei cosiddetti “colletti bianchi”. Si sente profumo di “Mani Pulite” e di “dottor sottile” in certi provvedimenti. Si avverte una vera ubriacatura di quel ben principio per cui non esistono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca. Prendiamo la legge cosiddetta “spazzacorrotti” (che puzza di Inquisizione già nel titolo), quella di un anno fa, quella che equiparava i reati contro la pubblica amministrazione (peculato, corruzione, concussione) a piccole cose come terrorismo, eversione dell’ordinamento democratico, associazione di stampo mafioso, riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pedo-pornografia.

La legge prevedeva che non si potessero concedere i benefici penitenziari e le misure alternative al carcere (come l’affidamento ai servizi sociali o la detenzione domiciliare) se non ai “pentiti”. Signor sindaco, sei stato condannato per peculato? Devi denunciare almeno tutti gli assessori, se vuoi quell’affidamento in prova che la legge precedente consentiva. Per fortuna, a fronte alla pigrizia proterva di questi mesi del ministro, ha lavorato per lui, anche se non proprio a suo favore, la Corte Costituzionale che, con una sentenza veramente rivoluzionaria rispetto a una giurisprudenza che stava ormai soffocando le regole dello Stato di diritto, ne ha dichiarato la non retroattività. E ha impedito che, in assenza di una norma transitoria, si continuasse a consumare vendette sul passato, come è capitato a Roberto Formigoni.

La mozione di sfiducia presentata dal centrodestra non parla di tutto ciò, ma si limita a considerare un vulnus alla certezza della pena, il fatto che la presenza del Covid-19 abbia indotto la magistratura a far quello che si sarebbe potuto fare anche prima, cioè per esempio far scontare ai domiciliari gli ultimi mesi di pena e mandare a casa le persone malate. Anche se questa mozione non sarà approvata, ed è certo che sarà cosa, la bacchettata al ministro, e soprattutto ai giudici di sorveglianza a qualcosa è servita. Proprio ieri si è tornati indietro sulla decisione di far scontare ai domiciliari gli ultimi mesi a Francesco Bonura. E non è il primo. Temiamo non sarà l’ultimo. Questo è il mare in cui naviga Alfonso Bonafede.

Ma Emma Bonino, e con lei alcuni senatori di Forza Italia e di altri partiti, ha messo i puntini sulle I. In un’altra mozione ha accusato il ministro di aver sempre lavorato nella sua attività di guardasigilli contro i principali principi di civiltà giuridica e di aver predisposto “una ragnatela di norme per favorire il processo inquisitorio”. E anche di aver tradito la propria parola d’onore, soprattutto sulla mancata riforma del processo penale. Un quadro che sarebbe sufficiente a domandarsi per quale motivo siamo arrivati a un punto della storia in cui siamo passati da Vassalli a Bonafede.