Ci si divide tra giustizialisti – che fondano la loro idea di giustizia sulla vendetta – e permissivisti che minimizzano l’accaduto. Tutto questo però cambia quando la giustizia tocca la carne e gli affetti. In quale modo è possibile garantire la certezza della pena insieme alla certezza della rieducazione? Con un tasso di recidiva che si aggira intorno al 68% e una spesa di solo 95 centesimi al giorno per la rieducazione dei detenuti il modello di riabilitazione previsto dall’art. 27 della Costituzione non funziona.  Cosa significa per uno Stato come l’Italia con la sua cultura giuridica il filmino postato dal ministro Guardasigilli Bonafede sull’arrivo di Battisti all’aeroporto? Un video di tre minuti accompagnato da una musica trionfale con un montaggio da trailer cinematografico per l’arrivo di un detenuto. È solo un esempio che indica come il modello vigente di «giustizia retributiva» è arrivato al suo massimo grado di positivizzazione.

È scomparso persino il nome “grazia” al Ministero di Giustizia. In quella parola si rinchiudeva un distillato di civiltà. Siamo arrivati a difenderci dal processo e non nel processo, per aver smarrito il senso di ciò che è giusto in sé. La giustizia biblica in questi ultimi anni ha però ispirato il modello di giustizia riparativa, un «prodotto culturale» che pone al centro dell’Ordinamento il dolore della vittima e la riparazione del reo. L’antropologia della pena viene stabilita rispondendo a tre domande: chi è colui che soffre? Qual è la sofferenza? Chi ha bisogno di essere guarito?

Il percorso si articola in alcuni fondamentali passaggi: 1. Il riconoscimento del reo della propria responsabilità davanti alla vittima e alla società. 2. L’incontro con la vittima. 3. L’intervento della società attraverso la responsabilità diretta e la figura del mediatore. 4. L’elaborazione della vittima della propria esperienza di dolore. 5. L’individuazione della riparazione che può essere la ricomposizione di un oggetto o di una relazione. A chiederlo è la Raccomandazione n. 19/1999 del Consiglio d’Europa: va fatta crescere la cultura della mediazione e formati i mediatori penali.
Tecnicamente la giustizia riparativa non è negoziazione; non è risarcimento; non è prestazione volontaria sociale nel carcere e fuori; non è diventare collaboratori di giustizia; non è il premio della messa alla prova o dell’applicazione delle misure alternative ecc. È un modello culturale che aiuta il modello classico ma capovolge il significato di giustizia.

Il salto culturale è quello di far emergere la verità e passare dall’intimidazione della pena alla riabilitazione del detenuto che incontra il dolore della vittima, prende coscienza del male fatto e concretamente ripristina un oggetto o una relazione rotta o distrutta. Riemerge culturalmente il modello biblico, tra la mišpat (la giustizia classica) e il rîb (lite bilaterale), con cui iniziano i libri di Isaia, Osea e Geremia e che la Scrittura presenta come integrativi al sistema penale e alle sue sanzioni. La dinamica è triplice: l’accusa, la risposta dell’accusato e il perdono che permette una vera riabilitazione/riparazione.  Lo testimoniano esempi silenziosi e luminosi. Anna Laura Braghetti, che freddò con 11 colpi Vittorio Bachelet, ha ricordato l’incontro avuto con suo figlio: «Ci siamo riconosciuti. Mi ha parlato e mi ha detto che bisogna saper riaccogliere chi ha sbagliato. Lui e i suoi familiari sono stati capaci di farlo addirittura con me. Li ho danneggiati in modo irreparabile e ne ho avuto in cambio solo del bene».

Daniela Marcone, responsabile nazionale Libera Memoria, a cui è stato ammazzato il padre, ha spiegato così la riparazione: «Ogni volta che viene commesso un crimine, questo coinvolge direttamente il reo e la vittima, ma in realtà si crea uno strappo anche ai danni della comunità in cui reo e vittima vivono: questo strappo occorre ripararlo». Lina Evangelista, moglie di un poliziotto assassinato dai neofascisti dei Nar nel  1980, ha affermato: «Perdonare non significa dimenticare il passato, si ricorda tutto, ma in modo diverso»; e, dopo aver incontrato gli assassini del marito, confida: «I mostri si sono rivelati tutt’altro». Agnese Moro ha scritto agli assassini del padre dopo aver riletto le terribili pagine dell’autopsia che parlano della sua agonia: «Dopo questa lettura — ha raccontato — sono stata davvero sicura di non aver annacquato nulla; che il mio cammino verso di voi, come il vostro verso di noi, è stato fatto senza semplificare e senza mettere niente tra parentesi».