La giustizia (biblica) va costruita, è una scelta culturale. La scuola, le famiglie, le associazioni, le comunità ecclesiali, la società civile, possono investire e aprire pratiche condivise di giustizia riparativa.  La politica ha una responsabilità in più, quella della “prevenzione primaria” che ridurrebbe i reati, come per esempio perseguire i paradisi fiscali, regolare gli appalti, contrastare le coltivazioni della droga, rinforzare l’etica della sessualità per contrastare gli abusi ecc.

Quando gli Usa negli anni Novanta buttarono via le chiavi delle loro carceri i detenuti aumentarono di 5 volte e arrivarono a due milioni. I posti liberi di coloro che delinquevano vennero occupati da altri. È notizia di questi giorni il caso di James Dailey, 73 anni, trenta dei quali trascorsi in cella in Florida. Un altro uomo ha confessato l’omicidio di cui è accusato ma le autorità rifiutano di riaprire il caso e lui rischia la pena di morte. È questo un esempio anti-biblico.

Nel tempo dell’eclissi della giustizia varrebbe la pena rileggere l’opera del gesuita E. Wiesnet Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita sul rapporto fra cristianesimo e pena. L’opera è dedicata a un ragazzo di 19 anni a cui, dopo tre anni di detenzione, è negata ogni riconciliazione dagli abitanti del suo villaggio. Si impicca per disperazione dopo sei settimane. Nella sua lettera di addio lascia scritto: «Perché gli uomini non perdonano mai!».