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La memoria di Ciampi e il taccuino di de Rosa
Ogni presidente della repubblica interpreta la vicenda storica con un suo specifico; non c’è un magistero unitario del quirinale sul 25 aprile, né sul significato di una solennità civile qual è la liberazione; e ancor meno su un passato che ancora divide: ogni anniversario fa registrare dei passi avanti – io credo lo abbia fatto la prima premier di destra Giorgia Meloni, con parole significative – e molto meno l’attuale classe dirigente progressista, rispetto a posture di suoi illustri predecessori (violante, napolitano), più disponibili a costruire una memoria comune.
Ma in quest’occasione intendo brevemente ricordare due personalità. Una è un presidente della repubblica: Carlo Azeglio Ciampi. L’altro è uno storico: Gabriele de Rosa. Ciampi è stato, a mio parere, il migliore capo dello stato nell’ultimo trentennio, della seconda repubblica se vogliamo così appellare tale periodo. Non sono estranei al mio giudizio il metodo con cui fu scelto. Fu un’operazione bipartisan concordata tra sinistra (Veltroni), destra (Fini) e centro (Casini) che per me è simbolica, oltre i leader e gli stessi partiti che la concordarono alla luce del sole: fu ancora più importante il dato morale e culturale della convergenza tra le culture politiche maggioritarie del paese – progressista, cattolica, nazionale – nello scegliere un civil servant di formazione azionista come supremo rappresentante dell’unità nazionale secondo la costituzione (art. 87). Ciampi è stato l’unico capo dello stato eletto col voto della destra negli ultimi cinquant’anni di vita repubblicana, ufficialmente dichiarato e concordato. Un dato ormai storicizzato che dovrebbe richiamare tutti a una riflessione di disponibilità nella edificazione di una memoria comune, mettendo ai margini – su ambedue sponde della “rive gauche” e della “rive droite”, ma con un maggiore contributo della prima per intuitive ragioni – passioni e furori che purtroppo rivedremo nelle celebrazioni odierne. Anche al “regnante” – tale è chi si avvia a due mandati pieni – capo dello stato, forse va richiesto un apporto in questa direzione. Per tornare a Ciampi, da presidente ex combattente è un esempio umano e politico, luminoso in una circostanza come questa: fu lui a compiere il gesto più significativo in direzione di un’auspicabile conciliazione che tarda a venire, con una sorprendente celebrazione a El Alamein, dinanzi ai “reduci di ogni nazione” con la finalità di “rendere onore a tutti i caduti”.
Da una parte e dall’altra. Lì il presidente disse: “una lapide italiana ricorda ‘mancò la fortuna, non il valore’. A nessuno mancò il valore” (20 ottobre 2002). Fu una celebrazione di “pietas” civile, ma anche di coesione nazionale, oltre le appartenenze; e fu davvero “storica”, se indusse chi storico era per fama e carriera accademica, come Gabriele de Rosa, a trovare il coraggio di “rivelare” la sua partecipazione come giovane ufficiale, ex quadro guf, “all’epico scontro di El Alamein e al successivo ritiro verso tripoli, registrandone le tappe in un piccolo taccuino che pubblicherà dopo, oltre sessant’anni proprio a seguito del nobile intervento del presidente Ciampi in loco nel sessantesimo della battaglia: sobria testimonianza di un antiretorico amor di patria”, ricorda Giovanni Tassani nel suo volume sulla politica e le interpretazioni del novecento italiano (“il belpaese dei cattolici”, Cantagalli, 2010). Dal suo taccuino, de rosa trasse un piccolo libro rievocativo ma anche predittivo: ”Il diario ebbe vergogna ad uscire all’aperto… le recenti celebrazioni – vi si legge – alla presenza del capo dello stato, sul luogo della battaglia dinanzi alle tombe dei caduti di ogni fronte, hanno ricostituito il clima idoneo anche all’amor di patria, salvando nello stesso tempo la nostra memoria. Durerà a lungo, con l’aria che tira sui diversi fronti delle guerre post 11 settembre?” (“la passione di El Alamein”, donzelli editore, 2002). Già: durerà per quanto tempo ancora?
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