C’è un concetto espresso dal Papa nel suo intervento di alcuni giorni fa all’Associazione Internazionale del diritto penale – intervento peraltro completamente ignorato dai media e dunque caduto nel vuoto – che mi ha colpito moltissimo. Il Papa ha parlato di una “cultura dello scarto”, che rischia di trasformarsi in cultura d’odio. È un’espressione forte, questa della cultura dello scarto, e molto efficace per raccontare una sensazione che serpeggia in maniera sempre più presente all’interno delle nostre società e delle nostre vite.  Dentro questo concetto ho pensato di cogliere quello che a mio parere è stato un fattore scatenante di quella lotta senza quartiere fra cosiddette “élites” e cosiddette “masse” che sta stravolgendo gli assetti più profondi di ogni collettività, cambiando per sempre il volto e la struttura sociale dell’Occidente, scardinandone ogni meccanismo di garanzia e di capacità di guardare avanti. La paura di essere scarti, o di essere scartati. Perché troppo anziani o troppo giovani, perché troppo poveri o troppo malati o troppo lenti o troppo poco digitali o troppo qualunque altra cosa.

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La paura di non riuscire ad avere più uno spazio nel futuro del mondo, di non poter essere più un progetto. E cosa è ciascun Uomo se non un immenso, prodigioso progetto chiamato a realizzarsi? Questa paura, che non trova conforto da nessuna parte, e il suo effetto speculare, la paura dell’altro percepito come alieno e perciò come minaccia, dunque la cultura dell’odio, stanno inquinando ogni luogo umano, radicalizzando ogni opinione, e la politica non ne è certo esente, anzi ne è prima artefice, essendo basata per sua natura sullo scontro. Dobbiamo saper guardare in faccia questa cultura dello scarto, renderci conto che non possiamo permettercela perché siamo sempre più interdipendenti ed adoperarci al più presto per realizzare una cultura diversa, che ristabilisca il senso chiaro dell’Altro non come minaccia, non come oggetto di odio, ma come luogo di incontro e di dialogo con noi stessi. È sempre sull’Altro, infatti, che proiettiamo (e pro-gettiamo) ciò che abbiamo dentro di noi, l’immagine di essere umano che ogni giorno coltiviamo e affermiamo attraverso i nostri comportamenti e le nostre scelte, di cui siamo sempre gli unici responsabili.  Questo senso dell’Altro come scoperta di noi lo abbiamo smarrito, e dunque non abbiamo più nulla su cui pro-gettare. Perciò diventiamo inevitabilmente vittime della paura dello scarto. Le parole del Papa hanno poi trovato una declinazione pratica nelle affermazioni che ha fatto sul tema oggetto dell’incontro, la giustizia, e che questo giornale non può che condividere: il superamento dell’idealismo penale, il contrasto all’abuso della custodia cautelare, un complessivo ripensamento sul senso della carcerazione e dell’ergastolo ostativo.

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Si tratta di principi di umanità e di civiltà giuridica che cerchiamo di affermare da queste pagine con grande determinazione, nella speranza di riuscire, con il tempo e con la costanza, a offrire un contributo efficace a una riflessione collettiva di cui abbiamo bisogno, se vogliamo superare proprio la pericolosa deriva dello scarto. Ma ancora una volta il richiamo forte è alla politica, perché proprio la politica può avere un ruolo primario, con il suo potere, con il suo linguaggio, con il suo messaggio, con i suoi leader, nel decidere di contrastare questa cultura anziché vellicarla e alimentarla per guadagnarsi un’erronea idea di consenso. Basterebbe partire da una cosa semplice, una sorta di moratoria sul linguaggio che si sceglie di usare nella quotidiana dialettica politica, da parte di tutti i leader. Eliminare le espressioni di odio, gli insulti, i toni radicali, dimostrare ogni giorno che può esserci ancora spazio per un confronto sulle idee senza voler per forza distruggere quelle che non ci piacciono. Cominciamo ad azzerare la violenza verbale in politica, facciamoci promotori di una moratoria sulla necessità di dover per forza demonizzare o distruggere un Nemico, che in realtà custodiamo prima di tutto dentro di noi.