La sinfonia europea che Emmanuel Carrère ha composto in modo magistrale (“Kolchoz”, traduzione di Francesco Bergamasco, Adelphi) si apre con un altro Emmanuel – il presidente Macron – che tiene l’orazione funebre ai funerali della madre dello scrittore, la prestigiosa intellettuale Hélène Carrère d’Encausse. Figura centrale non solo nella storiografia sulla Russia e sull’Unione Sovietica, lei è stata un’intellettuale di gran fama, baciata dalla gloria (la “gloire” francese è qualcosa di molto più alato che per noi), fino a diventare “segretaria perpetua” dell’Académie française, cioè il massimo a cui un intellettuale in Francia possa aspirare. Della sinfonia si potrebbe dire che il rapporto tra Emmanuel e la madre costituisce almeno il primo e l’ultimo “movimento” o, se si vuole, il leitmotiv. Questa madre così ingombrante ma tanto amata è la figura che sovrasta la vita di Emmanuel, accompagnandola con tutta la gravitas della grande intellettuale ma anche con la pesantezza di dama ottocentesca.

Zourabichvili era il nome di Hélène, nata in Georgia, la terra dove lo scrittore tornerà tante volte alla ricerca delle famose radici, che è poi il tema più arioso e insieme tormentato della sinfonia carrèriana. Tutta la prima parte di “Kolchoz” è un tuffo nei mari della grande storia europea, la Russia, le due guerre, la Francia che cade e risorge, giù giù fino all'”operazione speciale” di Putin e il dramma ucraino che la grande studiosa non vide, non capì – che grande smacco – mentre Emmanuel dedica fior di riflessioni su quanto tuttora sta accadendo. La Russia, ossessione della madre e di riflesso anche dello scrittore, una “malattia” che neppure l’altissima prosa di Tolstoj lenisce: e quel cechoviano “Riposeremo, zio Vanja, riposeremo…” ricordato da Carrère pare un’aspirazione impossibile. Anche per Emmanuel la Russia è tanta parte della sua vita e della sua opera (“Un romanzo russo” che costò una frattura con la madre, il magnifico “Limonov”). Il titolo “Kolchoz” richiama un rito familiare dell’infanzia: quando il padre non c’era, Emmanuel e le sorelle dormivano tutti insieme nella camera dei genitori, creando una specie di “comunità” affettuosa che la madre chiamava appunto “fare kolchoz”. Il Kolchoz era la struttura fondamentale, solo teoricamente democratica, dell’economia sovietica: per dire come Russia e vita per lo scrittore francese siano una cosa sola.

Sicché, “Kolchoz” è anche un libro politico, da questo punto di vista. Drammaticamente politico: «Sono tra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando incontro ad una catastrofe senza precedenti». Eppure, proprio per questo, Carrère sente l’imperativo morale di «scrivere della propria piccola vita che sta finendo, della propria piccola famiglia, della giovinezza dei propri genitori». Così è la grande letteratura, l’incrocio tra il piccolo personale e il grande della Storia, qui simboleggiati dalla figura della madre e dalla crisi morale del mondo. Allora il grande errore di Hélène Carrère d’Encausse di non aver intuito che Putin era certo una persona dura ma «non un pazzo» coincide con l’abbrivio della sua straordinaria carriera accademica e con il crepuscolo della vita: e in un certo senso il figlio le “rimprovera” l’errore analitico e l’invecchiamento fisico, fino alla dignitosissima morte di lei. Una madre amatissima («mamma, mamma, mamma, mamma…», riesce solo a dire lui alla notizia che lei ha un tumore avanzato), ma dura e, se intuiamo bene, autoreferenziale, proprio come le grandi figure di Francia: e sedersi alla Académie sullo scranno che fu di Corneille e Victor Hugo dovette essere un simbolo forte del suo amor proprio morale e intellettuale. Forse anche Emmanuel, come il bambino Marcel della Recherche, attendeva il bacio della buonanotte che arrivava e non arrivava: di qui una certa insicurezza nell’affrontare la vita. Che differenza con la mite e gentile figura del padre, il signor Carrère d’Encausse, che anch’egli molto vecchio trova una morte quieta dopo anni di quel torpore di malato pur vigile. È il padre che per tutta la vita ha ricostruito le vite degli antenati, cercando nel passato una ragione buona per vivere il suo presente accanto a una donna che del passato faceva la leva per il suo futuro. Quest’uomo garbato e sempre galante che ha amato Hélène – un matrimonio lungo settantuno anni! – con gli alti e bassi inevitabili e dandosi sempre del lei, sopravvive pochi mesi alla morte della moglie: ed è l’ultima struggente parte del libro, dove tutto tende a chiudersi in un finale a suo modo solenne e maestoso, anche se consumato in un elegante hospice per malati terminali dove la grande intellettuale ha voluto «posare la sacca», come dice una parola in sanscrito per indicare la fine della vita.

C’è una piccola frase nascosta nel fluviale libro di Emmanuel Carrère: «Ognuno, come sempre nella vita ha fatto quel che ha potuto». In fondo sarebbe consolante se fosse così. “Kolchoz” si era aperto con i funerali di Hélène Carrère d’Encausse e si chiude con il figlio che le chiude gli occhi: ed è un bel modo di morire, per una come lei.