La Banda della Uno bianca tra il 1987 e il 1994 ha seminato il terrore tra Emilia-Romagna e Marche. 24 le vittime, almeno 100 i feriti. La Banda per cinque sesti composta da poliziotti è stata al centro di uno dei casi più efferati e clamorosi di cronaca nera nella storia recente. “Questo documentario è dedicato a vittime, feriti, parenti. Questo spargere terrore a volte in modo gratuito ha fatto sollevare tanti dubbi anche sulle finalità della banda. Facevano rapine o avevano un piano eversivo?”, dicono i realizzatori di La vera storia della Uno Bianca, una coproduzione Rai Documentari e Verve Media Company, diretta da Alessandro Galluzzi con Flavia Triggiani e Marina Loi, una Docuserie originale in onda in prima serata su Rai Due e in streaming sulla piattaforma Raiplay.

Sette anni di rapine, morti, agguati di matrice razzista come quello al campo rom di Bologna, rapine a banche e uffici postali, supermercati e benzinai. Le prime azioni nel 1987: nel giro di due mesi 12 rapine ai caselli autostradali dell’A14. Il primo morto il sovrintendente Antonio Mosca: un autorivenditore aveva avvisato la polizia di un tentativo di estorsione. Mosca rimase ferito nel conflitto a fuoco e morì nel 1989. Il 4 gennaio 1991 l’assalto a una pattuglia dei carabinieri al quartiere Pilastro di Bologna: una strage in cui muoiono i militari Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini.

Il 28 agosto 1991, a San Mauro Mare, uccisero due operai senegalesi e ne ferirono un terzo: non per rapina ma per razzismo. A inizio 1993 il ritrovamento del corpo di Massimiliano Valenti, 21 anni, che aveva assistito a un cambio automobile della banda dopo una rapina in banca. Il giovane fu sequestrato e ucciso in una sorta di esecuzione. In una rapina nel 1994 a essere ucciso, mentre apriva la filiale della Cassa di Risparmio di Pesaro, il direttore Ubaldo Paci. Per le sue azioni la banda usava delle Uno Bianche, spesso le bruciava a missione compiuta.

Dopo sette anni di omicidi e crimini vennero istituiti due pool di indagini, prima dalla Procura di Rimini e poi a Roma. Due poliziotti, l’ispettore Baglioni e il sovrintendente Costanza, cominciarono a sospettare di uomini in divisa all’interno della banda. La svolta: una Fiat Tipo bianca dalla targa irriconoscibile fa un sopralluogo nei pressi di una banca a Rimini, a inizio novembre 1994. A bordo dell’automobile c’era Fabio Savi. Il 22 novembre del 1994 si arrivò così all’arresto di Roberto Savi.

I componenti della banda erano i fratelli Savi, Roberto e Fabio. Il primo è agente di polizia alla Questura di Bologna. Il secondo scartato dalla Polizia per un difetto alla vista. C’era poi Alberto Savi, agente al Commissariato di Rimini, e Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Giuliano Savi, padre dei fratelli Savi, a marzo del 1998 si tolse la vita ingoiando sette scatole di Tavor dentro una Uno Bianca. Anche lui era indagato nell’inchiesta. I tre fratelli Savi vennero condannati all’ergastolo. Occhipinti, condannato all’ergastolo, ha ottenuto nel 2012 la semilibertà. A Gugliotta una condanna a 28 anni, poi diminuiti a 18 – in libertà per effetto dell’indulto e della legge Gozzini –, a Luca Vallicelli tre anni e otto mesi con patteggiamento. A incastrare la banda anche la testimonianza di Eva Mikula, fidanzata di Fabio Savi.

L’unico a non essere in polizia era Fabio Savi: era proprio grazie alle conoscenze degli agenti e alla loro dimestichezza con le armi e con i sistemi di sicurezza che la banda compiva i suoi colpi. Il film segue il racconto dei cronisti che hanno scritto della vicenda come Giampiero Moscato dell’Ansa, quello dei due ispettori cui è andato il merito di avere risolto il caso, Luciano Baglioni e Pietro Costanza, dello stesso Paci e soprattutto dei familiari delle vittime o dei sopravvissuti agli attacchi della banda, tra cui Ada Di Campi, la giovane poliziotta che fu vittima di un agguato di fuoco insieme ad Antonio Mosca, morto dopo atroci sofferenze.

“Convivo quotidianamente con rimorsi per il passato, una famiglia distrutta e tanto dolore causato, al quale non vi è purtroppo rimedio, ma non cerco sconti e non ne ho mai cercati, così come mai farò qualcosa che possa essere interpretato come strumentale, sebbene consapevole di quale beneficio possa portare una lettera di scuse contenuta nel mio fascicolo, che questa sia accolta o pure no, le parole di Fabio Savi, in una lettera inedita, scritta dal carcere di Bollate e letta dal suo avvocato nella docuserie realizzata dalla Rai.

Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.