Quel che è accaduto in Italia negli anni Settanta assomiglia a un tronco bruciato: sta laggiù nel fogliame, in mezzo ai rovi, nessuno vuole toccarlo, come se ancora scottasse. Un conto sono le ricostruzioni che possiamo leggere sui manuali, un altro le testimonianze personali: nelle prime troviamo date, fatti e interpretazioni, nelle seconde carne, ossa e sangue. Giuseppe Culicchia, cugino di Walter Alasia, brigatista rosso, da cui prese il nome la colonna milanese, ha lasciato passare quarantaquattro anni prima di scrivere il libro che si portava dentro da sempre: Il tempo di vivere con te (Mondadori, pp. 162, 17 euro).

Senz’altro la sua opera più importante, in grado di contenere, come un singulto strozzato, il grido del bambino di undici anni che lui era quando Walter cadde sotto i colpi della polizia, dopo aver ucciso il maresciallo dell’antiterrorismo Sergio Bazzega e il vicequestore Giovanni Vittorio Padovani, nella tragica notte fra il 14 e il 15 dicembre 1976, a Sesto San Giovanni, nel corridoio di casa, a due passi dai genitori e dal fratello; ma anche la riflessione lucida e tristemente consapevole, distillata in dodici capitoli di notevole intensità composti col cuore in gola, dell’uomo maturo, impegnato a raschiare sulla crosta della ferita cresciuta sulla pelle.

Le foto che accompagnano il racconto, in cui si alternano le quinte scenografiche della cronaca degli anni di piombo insieme alle dolorose memorie familiari, sono lancinanti: da quella di copertina, in cui si vede il piccolo Walter maneggiare una pistola giocattolo in braccio alla madre Ada, il cui sguardo trasognato sembra quasi profetico, a quella sul retro, con il cuginetto, felicemente inconsapevole, sorretto dal protagonista, una candela di gioventù che arde da entrambi i lati. Il rapporto fra Giuseppe e Walter, di nove anni più grande, era strettissimo e profondo: a ben pensare Culicchia s’interroga innanzitutto sul senso da attribuire a questo affetto primario. La domanda è talmente forte da rendere vana qualsiasi risposta: è questo, io credo, il valore essenziale del libro.

Lo scrittore rievoca sì, con equilibrio premuroso nei confronti dei protagonisti diretti, da una parte e dall’altra, la cosiddetta lotta armata (in fondo l’unica punta tagliente la porge alla fine, quando, dopo aver ricopiato l’elenco delle vittime delle Brigate Rosse, ci fa notare che su Wikipedia non esiste la lista dei brigatisti uccisi dalle forze dell’ordine), ma, nonostante la costante attenzione documentaria – fra l’altro sulla storia di Walter Alasia era già uscito da Einaudi nel 1978 il testo di Giorgio Manzini. Indagine su un brigatista rosso, che infatti viene citato più volte – esercita la propria acribia soprattutto su se stesso. Al punto che nei ricordi della drammatica avventura del cugino si mischiano senza soluzione di continuità gli eventi vissuti in prima persona dall’autore insieme a episodi sulla vita di Walter scoperti soltanto dopo.

Le indimenticabili giornate estive trascorse a giocare a Nole Canavese, nella casa dei nonni, e a Grosso, in quella degli zii e dell’adorato nipote, quando Walter interpretava il ruolo di Nuvola Rossa e Giuseppe, precoce lettore di Hukleberry Finn di Mark Twain, preferiva per sé la parte del generale Custer, possiedono una forza lirica incandescente, come schegge di saldatrice elettrica. Questo è il sole che illumina il mondo. L’incontro con Renato Curcio, il coinvolgimento di Ada nell’incursione in un appartamento per il recupero di alcuni materiali, la presenza di un’altra fidanzata, diversa da quella ufficiale, sembrano invece rivelazioni segrete, scheletri scoperti nella botola. Questa è l’oscurità della notte piena. Il lettore resta inchiodato sul volto di Walter con i pantaloni a zampa, i capelli lunghi, la camicia stretta, l’espressione assorta, la chitarra in mano a provare gli accordi dei Giardini di marzo, l’indimenticabile manifesto della timidezza interiore che Battisti e Mogol stilarono per celebrare la nostra inquieta adolescenza (uso il plurale essendo anch’io del 1956).

Tuttavia al cugino più piccolo, che per lui stravedeva, non può bastare questo repertorio generazionale. Dietro la scelta radicale del suo idolo resta celato un mistero che neanche le ultime spiegazioni più politiche sono in grado di spiegare: «So che da parte tua hai agito come hai agito perché eri convinto che la Resistenza fosse stata tradita e credevi nel comunismo». Come dichiarò a un giornalista Oscar, fratello maggiore di Walter: «Poi il tempo fa il suo mestiere». Già, ma qual è questo mestiere?

L’autopsia rivelò che solo tre colpi raggiunsero Alasia: due alle gambe, lo falciarono mentre tentava di fuggire dalla finestra, e uno al cuore, risultato fatale, quando era ancora a terra. «Che cosa hai fatto, Walter?», chiede con tutta la determinazione possibile lo scrittore, il quale a undici anni lo considerava un eroe. «Che cosa hai fatto alle famiglie, ai figli di Bazzega e Padovani, padre di quattro, che ne aveva avuta una da appena dodici giorni? Che cosa hai fatto a tua madre? Tutto per una Rivoluzione in cui tu credevi ma che non c’è mai stata». Poche pagine dopo, ecco uno stralcio dalla dichiarazione della compagna “Rita”: «Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto, la grossa cittadella operaia impregnata fino in fondo e in ogni ambito della vita sociale della cultura operaia comunista».

Anche questo però, nella potente luce retrospettiva del memoir di Giuseppe Culicchia, risulta insufficiente. Comunque inadeguato. La storia resta troppo lunga e difficile. Infatti l’autore, tornando a riaprire la casa di Nole, regno incantato dell’antica amicizia indelebile, quando tutto doveva ancora accadere, per mostrare ai figli i luoghi della sua infanzia, non trova la forza di raccontarla neppure a loro che, come noi, vorrebbero saperne di più. “Andiamo”, gli dice, schiarendosi la voce con gli occhi lucidi, prima di chiudere il vecchio portone.