La tragedia privata della ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, è diventata l’ennesima occasione per mostrare il volto peggiore dei social network. Mentre il marito risulta disperso nelle acque del lago di Vico, la rete si è riempita di messaggi di scherno, insulti e auguri di morte. Non è dissenso politico ma odio allo stato puro. Un copione che si ripete. Cambiano le vittime, non il meccanismo. Ministri, parlamentari, giornalisti, magistrati, amministratori, semplici cittadini: chiunque finisca nel tritacarne della viralità rischia di diventare bersaglio di una folla anonima che ha smarrito il confine tra libertà di espressione e barbarie.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato ai social una condanna durissima. “Leggere in queste ore commenti ignobili e disumani contro Eugenia Roccella è qualcosa che fa rabbrividire. C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato, ed è quello del rispetto dovuto alla sofferenza umana. Quando si arriva a colpire una persona e una famiglia in un momento così drammatico, non si è più nel campo dello scontro politico, ma in quello della miseria morale. È anche il frutto di un clima avvelenato che alcuni hanno alimentato per troppo tempo, legittimando odio, disumanizzazione e disprezzo. E questo schifo dovrebbe indignare tutti, senza eccezioni e senza ambiguità”. Parole condivisibili. Anzi, doverose. Ma basta indignarsi?

È una domanda che la politica continua a rimandare da anni. Ogni tragedia produce un comunicato, un tweet, un minuto di sdegno bipartisan. Poi tutto torna come prima. Il Far West digitale continua indisturbato, terra di tutti e di nessuno, dove l’anonimato diventa spesso il lasciapassare dell’impunità.
Chi oggi ha il potere di intervenire dovrebbe far seguire i fatti alle parole. Serve finalmente una legge che disciplini le piattaforme social, introducendo un principio semplice: ogni identità digitale deve corrispondere a una persona identificata documentalmente. Non significa cancellare la privacy. Significa renderla compatibile con lo Stato di diritto.

L’utente potrebbe continuare a utilizzare uno pseudonimo pubblico, ma dietro quello pseudonimo dovrebbe esistere un’identità verificata, criptata, anonimizzata e accessibile soltanto all’autorità giudiziaria nei casi previsti dalla legge. Esattamente come avviene per un numero telefonico o per un conto corrente.
La libertà di parola rimarrebbe intatta. Sparirebbe invece la sensazione di impunità che oggi alimenta migliaia di profili fake e di odiatori seriali.
Perché la libertà senza responsabilità non è libertà. È arbitrio.

Ed è proprio su questo terreno che esiste già una proposta politica. Il leader del Partito Liberaldemocratico, Luigi Marattin, ha depositato un disegno di legge che introduce l’identificazione digitale obbligatoria delle utenze social, mantenendo la tutela della riservatezza ma consentendo la tracciabilità da parte della magistratura quando necessario. Una proposta che all’inizio potrà sembrare impopolare, ma che appare sempre meno rinviabile.

Attorno a quell’impianto si registra un consenso trasversale: Marco Lombardo di Azione si è espresso favorevolmente, così come esponenti di Italia Viva, tra cui Claudio Borghi, oltre a Noi Moderati e Forza Italia.
Forse è arrivato il momento di affrontare il tema senza complessi ideologici. Per anni si è raccontato che qualsiasi regola avrebbe rappresentato un attacco alla libertà della rete. Nel frattempo, però, la rete ha progressivamente espulso tre valori fondamentali della convivenza civile: libertà, responsabilità e umanità.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.