Noi e l'America
Election day -5
L’appello di Kamala Harris in cerca di voti repubblicani: tanta retorica, pochi contenuti

L’America è a una svolta che ha un solo precedente storico: quello dell’elezione di Abraham Lincoln che provocò la secessione e la guerra civile. Oggi non è proprio la stessa cosa, ma la spaccatura del paese è analoga: se vincesse Trump – secondo la percezione collettiva che non coincide affatto con i numeri dei sondaggi – ci sarebbe una spaccatura in tempo di pace come mai se n’era vista una prima.
La banalità di Kamala
“A petty tyrant”, un dittatore da quattro soldi è stata la definizione della Harris parlando del suo rivale. Trump sta facendo ricorso a un trucco comunicativo feroce e geniale, quello di ripetere: “Non solo vincerò ma salderò i conti e sarò vendicativo e spietato con tutti i miei nemici”. Kamala tenta di creare un’immagine opposta e speculare e dice: “So che i repubblicani non sono tutti come Trump e se sarò eletta non farò liste per vendicarmi, ma voglio dei repubblicani nel mio governo”. Kamala Harris ha dovuto rifugiarsi nella banalità che l’ha fatta diventare il boccone prediletto di tutti gli imitatori e le imitatrici quando ha detto: “È vero? Durante gli ultimi quattro anni di governo democratico, non tutto è stato fatto, molto deve essere fatto e dunque adesso faremo quel che non è stato fatto”. Politicamente una frase che pesa quanto uno zero.
L’elettorato nero
Ma il più grave problema politico della Harris – e cha non accenna a migliorare – è la l’esodo dalle fila democratiche di un quinto di quell’elettorato nero che permise a Joe Biden di vincere contro Trump nel 2019 e a quanto pare ha deciso di passare armi e bagagli all’arcinemico repubblicano perché è stufo di essere usato e vuole diventare protagonista. La visione fotografica di Madison Square Garden a New York ha mostrato cromaticamente una folla multirazziale, Il MAGA di Trump non è più il Grand Old Party di Reagan e di George Bush ma un partito in cui i neri in carriera si aggiungono ai dipendenti di messicani e cubani, ma con un cuore americano, che non vogliono saperne di frontiere aperte e di disperati in cerca d fortuna.
L’appello di pura retorica
Kamala ha tentato di rispondere nel suo discorso conclusivo in modo ecumenico e non rissoso, ma anche poco politico, mettendo insieme capre e cavoli: “Cari repubblicani, io vi ascolterò anche se non siete miei elettori. E se Donald Trump ripete che appena alla Casa Bianca, aprirà la lista dei nemici di cui vendicarsi, io invece se sarò eletta metterò su tavolo la lista delle cose da fare insieme con i repubblicani” (sottinteso: potreste votare direttamente per me). Un accattivante appello di pura retorica ma che politicamente non ha contenuti. È la nuova dottrina con cui Kamala cerca di salvare il salvabile attaccando ma anche riconoscendo che Donald Trump non è un malato mentale, ma un crudo nemico dell’inclusione ideologica e che tende a mettere insieme le vittime delle politiche sociali razziali. Kamala lo ha capito con ritardo ma il tempo è scaduto e ormai può usare solo parole generiche di pentimento. E del resto, a pochi giorni dal voto, tutto è ancora possibile.
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