Alle 6.29 di mattina del 7 ottobre 2023 migliaia di giovani, fra cui trecento stranieri, erano presenti al festival musicale Nova, nel deserto israeliano del Negev, a circa cinque chilometri dal confine con Gaza. In quel momento la musica venne interrotta improvvisamente per far scattare l’allarme. Iniziò una fuga in massa verso i rifugi della zona, mentre migliaia di miliziani di Hamas invadevano l’area del festival e i luoghi limitrofi in moto, camionette e parapendio, sterminando 1200 persone e rapendone 251, di cui 83 poi morte in cattività. Alla vittima più giovane, Naama Abu Rashed, hanno sparato mentre era ancora nel grembo materno e nonostante un parto di emergenza è morta dopo 14 ore. Il più anziano è stato Moshe Ridler, sopravvissuto all’Olocausto ma ucciso a 92 anni da una granata lanciatagli contro la porta di casa. L’età della maggior parte delle vittime era fra i 18 e 30 anni, in larga parte partecipanti al Nova. I sopravvissuti hanno voluto preservare la memoria di quanto accaduto, anche alla luce dell’ondata antisemita e antiisraeliana orchestrata in sintonia con questo attacco.

Nel dicembre 2023, mentre molti ostaggi erano ancora prigionieri a Gaza, hanno allestito una mostra usando quanto si è ritrovato dopo il massacro. L’evento si è poi spostato negli Stati Uniti e in Canada, ed è arrivato a Berlino alla fine del 2025. Ha ricevuto oltre 600.000 visitatori. “06:29 – The moment the music stood still” (“Il momento in cui la musica si è fermata”) apre oggi a Londra, sotto protezione della polizia per prevenire ulteriori aggressioni antisemite. È un percorso multimediatico incentrato sulle vittime del Nova. Si inizia con la visione delle riprese del Festival in quella tragica mattina, fino al momento in cui è scattato l’allarme. In pochi secondi, una festa nel deserto viene travolta da un panico di cui ancora non si comprendeva l’origine o la portata. La seconda sala ricostruisce la devastazione dell’area, con molte riprese fatte con i cellulari durante la fuga, accanto ai resti originali di tende e vestiti e di alcuni veicoli dati alle fiamme dai miliziani, a volte con i ragazzi chiusi dentro. Sono inclusi alcuni filmati diffusi da Hamas per celebrare l’attacco, come la sfilata dei terroristi a Gaza sulla camionetta dove si esponeva come trofeo il corpo nudo di Shani Louk, una ragazza di 22 anni tenuta sotto i piedi dai miliziani che urlavano ossessivamente “Allahu Akbar”.

I visitatori sono invitati a toccare gli oggetti presenti e a impugnare i cellulari delle vittime, in cui vengono mostrate le riprese di quel giorno. Nei vari ambienti si trovano testimonianze e informazioni su ciò che è accaduto a chi era convenuto per ascoltare musica e ballare ma improvvisamente è divenuto preda di torturatori, stupratori e assassini. In una grande sala sono presenti i ritratti delle centinaia di vittime e un allestimento simile ai musei della Shoah, con tavoli coperti dalle scarpe e dai vestiti ritrovati nell’area. Nonostante l’esperienza sia molto intensa, gli organizzatori cercano di trasmettere un messaggio positivo di resistenza e rinascita. Si descrivono sia il Progetto Dinah dedicato al riconoscimento e alla giustizia per le vittime di violenza sessuale in guerra, che le iniziative per la salute fisica e mentale organizzate dai reduci di questa tragedia. La mostra rimarrà aperta per sei settimane, offrendo l’entrata gratuita a scuole e università, che sono state fra i maggiori bersagli della propaganda antisemita degli ultimi anni.

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