PQM
Le minacce di Trump, Testi: “Intimidazione tra gli studi più piccoli e gli avvocati indipendenti. Così si semina sfiducia nel sistema”
Della situazione degli operatori della giustizia negli Stati Uniti ed in particolare dell’atteggiamento dell’amministrazione Trump nei confronti degli avvocati, parliamo con il prof. Arnaldo Testi, già docente di Storia degli Stati Uniti alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, autore della pubblicazione “Il secolo degli Stati Uniti” (ed. il Mulino).
Professor Testi, lei ha studiato a lungo la storia americana e nell’ultima edizione del suo “Il secolo degli Stati Uniti” ha aggiunto un lungo capitolo sul primo Trump, su Biden (rivalutando un presidente che spesso è stato rappresentato come “addormentato”), ed anche i primi mesi della presente amministrazione trumpiana, quando si collocano i primi attacchi agli studi legali. Come si inseriscono tali attacchi agli studi legali nel contesto più ampio delle linee della sua amministrazione?
L’attacco agli studi legali nelle primissime settimane dell’amministrazione Trump era parte di un’offensiva più generale contro quelli che Trump considerava i suoi nemici. Era una sorta di vendetta, quasi privata per certi aspetti. Parallelamente c’erano stati attacchi contro le Università e contro molti impiegati pubblici federali di carriera, quelli che, per intenderci, non rientrano nello spoil system e che quindi non possono essere semplicemente licenziati e sostituiti.
Quali studi legali sono stati presi di mira e per quale ragione?
L’attacco si è concentrato su alcuni grandi studi di Washington, realtà multimiliardarie, identificati come nemici in quanto avevano assistito avversari politici di Trump. In particolare Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016, lo special prosecutor Jack Smith, che indagava sull’assalto al Campidoglio, e altri avvocati che avevano svolto attività pro bono per militanti dei diritti civili. Sono stati attaccati (e in alcuni casi li si è anche arrestati) anche avvocati “di medio calibro” solo perché hanno difeso e intendevano continuare a difendere immigrati forse illegali e forse no. Lo stesso è accaduto ai difensori nei processi di chi lotta per i diritti dei LGBTQ+. La giustificazione ufficiale, soprattutto nei confronti dei grandi studi era che questi studi avessero compiuto operazioni lesive della sicurezza nazionale usando metodi poco etici. Si è tentato insomma di spostare il terreno dello scontro da quello strettamente legale a quello, molto più scivoloso, dell’etica e della disciplina.
Come ha risposto la professione forense a queste accuse?
La risposta è stata che tutto ciò riguardava il diritto di difesa nel processo, cardine di una società liberale e democratica. Questi studi sono potentissimi anche perché hanno tradizionalmente accesso alla Casa Bianca e agli uffici federali. Gli attacchi miravano proprio a ridurre questa libertà di accesso, persino agli edifici degli uffici federali.
Gli studi legali hanno reagito in modo uniforme?
No, le reazioni sono state diverse. Alcuni hanno cercato di accomodarsi alle richieste dell’amministrazione: almeno una decina di studi hanno accettato di svolgere lavoro pro bono per cause care a Trump. Il punto più grave di tali accordi, però, è che si sono impegnati a non difendere più avversari di Trump e della sua politica, in tal modo lasciando parzialmente sguarnito il fronte dell’opposizione a Trump. Altri studi o singoli avvocati hanno risposto in modo più duro, ricorrendo ai tribunali. Alcune cause potrebbero essere ancora in corso. L’effetto complessivo, sebbene questi attacchi sembrino essersi attenuati nel corso dell’estate, è stato quello di seminare intimidazione, soprattutto tra gli studi più piccoli e gli avvocati indipendenti.
Quali sono state le conseguenze concrete sulla professione?
Gli avvocati hanno iniziato a svolgere lavoro pro bono in situazioni delicate in modo più riservato o addirittura a porsi il problema se accettare difese che avrebbero potuto metterli in contrasto con l’amministrazione: ed in genere si tratta di soggetti più deboli dal punto di vista dell’accesso al diritto di difesa.
E a livello istituzionale, visto che gli avvocati negli Usa sono riuniti in potentissime associazioni riconosciute?
Dal punto di vista istituzionale, in una forte e decisa presa di posizione dell’agosto scorso l’American Bar Association, la più potente associazione a livello nazionale degli avvocati, ha condannato fermamente questi attacchi come violazione del Bill of Rights, dei primi emendamenti costituzionali e del diritto di difesa. Ha ribadito che gli avvocati non si identificano con i propri assistiti: è un principio fondamentale della professione legale.
Ci sono stati tentativi di infiltrazione negli ordini professionali?
Sì, avvocati vicini all’amministrazione hanno tentato di entrare negli organismi di gestione del District of Columbia Bar, l’ordine degli avvocati di Washington, che ha poteri disciplinari sui propri membri. Il tentativo è fallito: hanno ottenuto pochissimi voti nelle elezioni interne.
Questo tipo di intimidazione legale è un fenomeno nuovo?
No, fa parte in qualche misura della storia e della tradizione del paese. Proprio in questi giorni stiamo vedendo un effetto analogo: l’amministrazione Trump sta cercando di colpire il presidente della Federal Reserve, non solo criticando le sue scelte di politica monetaria, ma tentando di coinvolgerlo in un processo per corruzione relativo ai lavori di ristrutturazione dell’edificio della banca centrale. Comunque vadano a finire queste azioni, seminano sfiducia nel sistema.
Una sua nota collega, la Professoressa Nadia Urbinati, discutendo dello stesso tema, alla mia domanda se vedeva un nesso fra l‘attacco a certe università e quello nelle stesse settimane a certi studi legali, mi ha risposto che sarebbero due cose diverse: la motivazione degli attacchi a certi avvocati sarebbe dettata precipuamente dal desiderio di vendetta, mentre con le università sarebbe in gioco la liberta di espressione e di formazione. Lei è d’accordo?
In ambedue i casi sono in gioco diritti essenziali: libertà di espressione e diritto di difesa, peraltro strettamente connessi. E anche negli attacchi all’università un po’ di spirito di vendetta non manca.
© Riproduzione riservata






