Le elezioni regionali francesi, il cui secondo turno si è svolto domenica, danno qualche indicazione interessante sull’evoluzione della politica transalpina. Ma bisogna in primo luogo tener conto del fatto che nella Francia di oggi, ancor più che in Italia o in Germania, le consultazioni regionali non rappresentano lo specchio e nemmeno necessariamente l’anticipazione diretta di quelle nazionali che si terranno tra breve.

Esse hanno, infatti, le loro regole specifiche e danno indicazioni più sui singoli scenari locali che su quello del paese nel suo insieme. Peraltro, anche in Germania, la vittoria della Cdu, il partito della Cancelliera Merkel, nelle recenti elezioni della Sassonia Anhalt, rappresenta il segno della popolarità del presidente del Land (la Regione), Reiner Haseloff, piuttosto che una indicazione inequivocabile della forza della Democrazia Cristiana tedesca. Anche se, naturalmente, essa rassicura il partito del prossimo candidato democristiano alla cancelleria, Armin Laschet. In Francia, dunque, i risultati definitivi delle elezioni regionali ci mostrano una prevalenza relativa sia della destra che della sinistra tradizionali. Emerge in particolare una conferma degli esiti delle elezioni regionali del 2016: 7 regioni metropolitane alla destra moderata e 5 alla sinistra, nessuna alla estrema destra di Marine Le Pen.

Il quasi-partito di Macron non ha invece radici nei territori, come peraltro si sapeva perfettamente anche prima delle elezioni. Mentre ne ha – e da tempo – il Rassemblement National di Marine Le Pen, soprattutto nel Nord-Pas de Calais e nella regione Provenza-Costa Azzurra. Ma anche in quest’ultima l’estrema destra, che sperava di conquistare almeno quel territorio, è stata sconfitta. E l’estrema destra perde a livello nazionale circa il 9% dei voti. È certo interessante osservare che il decremento di voti percentuali alla destra estrema si allinea con quello che sta accadendo a diversi partiti della destra nazionalista in molti paesi d’Europa e con la sconfitta di Trump in America. Ciò nonostante, resta probabile pensare che la Le Pen accederà comunque al secondo turno delle sole elezioni che i francesi prendono sul serio: quelle appunto per la presidenza della Repubblica.

I commentatori si sono soffermati a lungo sul tasso di astensione senza precedenti dei due turni delle regionali, in cui solo poco più del 30% degli iscritti si è recato alle urne. Nelle ultime occasioni di voto regionale del passato, l’astensione aveva di poco superato la metà degli aventi diritto (53,7% nel 2010, 50,1% nel 2015). C’è stato quindi rispetto all’ultima tornata un incremento di un po’ più del 15% nelle diserzioni dalle urne. Si tratta senza dubbio di un segnale significativo e importante di disinteresse e di disaffezione nei confronti della politica. Ma va detto che una forte astensione era comunque attesa e non può stupire più di tanto, se si tiene conto del fatto che la tradizione regionalista è recente e di fatto estranea alla storia politica francese e che l’arrivo dell’estate post pandemia, insieme ai temporali, hanno certamente allontanato molti dai seggi.

In ogni caso, proprio dato che il 66% circa degli elettori potenziali ha disertato l’appello alle urne, si conferma l’inopportunità del dedurre dai risultati di questa tornata chiare indicazioni circa la partecipazione alle elezioni presidenziali, quelle che contano in Francia, e che avranno luogo la primavera prossima e che sempre più vengono considerate dall’opinione pubblica transalpina come quelle che decidono gli sviluppi futuri della politica francese. Non a caso, per queste ultime la partecipazione elettorale è stata sempre alta: nelle ultime nel 2017 il 74,5% al secondo turno. Per questi motivi, come si è detto, non è molto verosimile che i risultati emersi da queste regionali siano di rilievo nel fornire indicazioni per quanto riguarda le elezioni presidenziali che avranno luogo la primavera prossima e che già si preparano. È però possibile constatare che nel contesto nazionale resta debole sia la vecchia sinistra, anche alleata con gli ecologisti, sia la sinistra radicale di Mélenchon.

Le estreme hanno, dunque, ceduto a favore delle forze politiche e dei candidati moderati sui due versanti dello spettro politico. È ragionevole prevedere – almeno sulla base dei dati oggi disponibili – che nessuna di queste ultime formazioni possa giungere al secondo turno delle elezioni per il Presidente della Repubblica il prossimo anno, quando si affronteranno i due candidati in testa al primo turno. Esse si giocheranno o, come la volta scorsa, fra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, oppure fra la candidata della destra radicale e Xavier Bertrand, il vincitore nella regione di Lille. Il primo turno sarà quello decisivo, perché si può immaginare facilmente che il probabile vincitore della sfida con la Le Pen sarà chi fra Macron e Bertrand riuscirà ad accedere al secondo turno.

L’elemento su cui riflettere, oltre alla sconfitta dell’estrema destra, è dunque il buon risultato di Xavier Bertrand (che è un politico di lungo corso, già ministro del lavoro con Chirac e oggi indipendente di destra) nel Nord della Francia, ove è stato abbondantemente rieletto alla presidenza della sua Regione. Vedere in questo successo non solo una sconfitta del Rassemblement National, ma una minaccia per Macron, significa fare l’ipotesi, forse ragionevole, che la destra europeista si accorderà intorno ad un candidato unico nel tentativo di riconquistare l’Eliseo.

Infatti, essa avrà una chance di accedere al secondo turno delle presidenziali al posto di Macron solo se si presenterà al primo turno con un solo nome su cui concentrare i voti. Se Xavier Bertrand e un altro candidato di destra liberale dovessero correre entrambi, il voto di questa parte politica si dividerebbe rendendo in tal modo impossibile per uno dei due battere Macron per l’accesso al secondo turno. Per ora sappiamo che comincia in Francia una lunga campagna elettorale per la conquista o la riconquista, nel caso di Macron, del vertice dell’autorità pubblica.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino