A Bruxelles una ventina di paesi dell’Unione hanno dato l’ultimatum a Viktor Orban perché ritiri quella legge che vieta di parlare di genere, identità sessuale e omosessualità nelle scuole fino a 18 anni di età. In Italia si apre il Tavolo per trovare una sintesi parlamentare sul ddl Zan, contro l’omotransfobia, con Salvini nei panni del “mediatore”, Alessandro Zan, il deputato Pd che della legge è l’ideatore, che lo avverte: «giù le mani dalla mia legge, volete solo svuotarla» e il segretario dem Letta che chiarisce: «La legge non si tocca».

Fino a mercoledì primo luglio, giorno di convocazione del Tavolo con i capigruppo al Senato, si andrà avanti così. Lavorando a una mediazione che a oggi non sembra possibile. Poi ci sarà la conta in aula. Come se non bastasse Giorgia Meloni, presidente del gruppo conservatore Ecr, in missione a Bruxelles scatta selfie con Orban e si schiera col presidente ungherese: «Chi critica quella legge non l’ha letta». Facendo come minimo andare di traverso la giornata a Salvini che con Orban è in trattativa per farci un gruppo parlamentare europeo e in Italia a questo punto non può più “perdere” la battaglia sul ddl Zan. Per non parlare della Uefa che in pieno campionato europeo ha avviato un’indagine sulla partita Ungheria-Germania dove tifosi ungheresi avrebbero fatto cori e alzato il dito medio contro la Germania, “paladina dell’omosessualità”.

Il premier Draghi pensava, sperava, di essersela cavata con “l’Italia è uno stato laico e il Parlamento sovrano” per tornare così a occuparsi di quello che preferisce, Pnrr, riforme, ripresa economica e dossier immigrazione. Nella conferenza stampa di fine Consiglio europeo neppure nomina il caso diritti lgbt, lo strappo dell’Ungheria e la lettera del Vaticano che martedì scorso ha scatenato il dibattito anche in Italia. Nel comunicato finale dell’EuCo la questione non è neppure citata perché non era all’ordine del giorno. Ma è sempre così, i dossier scomodi tenuti fuori dalla porta hanno la prerogativa di saper rientrare sempre dalla finestra. E nonostante pandemia («il virus non è sconfitto, la varianti sono aggressive ed è necessario accelerare sulle vaccinazioni»), Russia (il vertice con Putin resta congelato) e immigrazione («il dossier è tornato in agenda dopo tre anni, i ricollocamenti non erano l’obiettivo del vertice che invece si è concentrato sugli interventi europei nei paesi africani di partenza e transito»), tutte notizie di cui Draghi rivendica gli aspetti “utili e positivi, è il dossier diritti quello che tiene banco nella due giorni al Palazzo Europa, sede del Consiglio Europeo. E nelle dichiarazioni post Consiglio.

Con Orban si sfiora la rottura. Macron, Merkel, Rutte, Kurz, lo stessa von der Leyen, il presidente Sassoli e Michel, tutti i principali leader europei usano toni ultimativi. «La questione dei valori è fondamentale per l’Europa», dice Macron. «C’è un aumento dell’illiberalismo nelle società che si sono battute contro il comunismo e che oggi sono attirate da modelli politici che sono contrari ai nostri valori» ha aggiunto denunciando “due blocchi europei”, quello dei paesi dell’Ovest e dei paesi dell’Est. Macron non vuole usare l’articolo 50 (recesso unilaterale di un paese dall’Unione, ndr) però invoca “procedure efficaci per isolare queste derive”. Che sono simili a quelle dei paesi di Visegrad contrari agli accordi sui flussi migratori. Il premier austriaco Kurz dice che “tocca alla Commissione Ue agire”.

Draghi ha ricordato che l’articolo 2 del Trattato Ue – quello relativo ai diritti umani – è legato alla storia di oppressione dei diritti umani vissuta in Europa. «Il Trattato, sottoscritto anche dall’Ungheria, è lo stesso che nomina la Commissione guardiana del trattato stesso» ha detto rivolto a Orban. Spetta quindi alla Commissione «stabilire se l’Ungheria viola o no il Trattato». Angela Merkel, al suo ultimo consiglio Ue con pieni poteri (in ottobre si vota in Germania), non ricorda di «aver mai avuto in tanti anni una discussione di questa profondità e certamente non armoniosa. Con l’Ungheria restano problemi molto seri che vanno affrontati». Ursula von der Leyen congela al momento la faccenda denunciando «grande preoccupazione per una legge, quella ungherese, che viola i principi fondamentali dell’Unione». Tra Rutte e Orban si è arrivati quasi “alle mani” sui social. «Vattene», ha detto l’olandese… «Porta più rispetto agli ungheresi», ha replicato l’ungherese.

Quello sui diritti è un incendio che va bloccato in fretta. Potrebbe diventare alibi per atti di odio e intolleranza come si sono visti negli stadi di Euro2020 con una Uefa impreparata a gestire questi fenomeni che pure sono frequenti negli stadi ormai da anni. In Italia è cominciata la conta su chi al Senato il prossimo 6 luglio potrebbe votare la calendarizzazione della legge così com’è a partire dal 13 luglio. Le posizioni non si avvicinano. Il Pd con Italia viva, 5 Stelle (chi, come e quanti ad oggi nessuno lo può dire), Leu sembrano granitici: la Nota diplomatica della Santa Sede ha accelerato l’iter del ddl Zan che la Lega tiene impantanato in commissione Giustizia da novembre scorso con l’alibi di 170 audizioni, l’equivalente di una tonnellata di cemento. Tutto il centrodestra chiede invece di correggere il testo Zan con le indicazioni arrivate dalla Santa Sede.

«Importante è punire i violenti, la strada l’ha indicata la Santa Sede, ma togliamo dal tavolo il gender nelle scuole e i reati d’opinione. Ho scritto a Letta ma avrà molto da fare e non mi risponde». S’è fatto sentire anche Berlusconi che, a ridosso del semestre bianco, annusa aria di pretesto per disturbare il manovratore, cioè Draghi. «Abbiamo un governo di emergenza – ha detto il Cavaliere – che deve andare avanti per il tempo necessario per uscire dalla crisi sanitaria ed economica e realizzare grandi riforme come quella del fisco, della burocrazia e della giustizia. Non certo per occuparsi di argomenti divisivi come il ddl Zan». Il cui torto principale, par di capire, è di introdurre (articolo 1) i concerti di sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Concetti “non nella nostra disponibilità” ha scritto la Santa Sede.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.