La kermesse di Affaritaliani
L’eco-populismo ha spento l’energia, Marattin a La Piazza: “Se l’industria muore, è anche colpa dell’ideologia”
«Il bene comune», la kermesse organizzata da Affaritaliani a Ceglie Messapica, ha messo a confronto Luigi Marattin, Antonio Misiani, Stefano Patuanelli, Dario Iaia, Francesco Boccia ed Edoardo Vernazza. Il tema è quello economico, e gli intarsi in terra pugliese non possono che volgere sul tema dell’industria e delle politiche industriali, con i timori, le paure e, diciamolo, persino lo sconforto sull’ennesimo capitolo di una vicenda — quella dell’Ilva di Taranto — che minaccia il futuro economico di una terra che, tra fanatismo ecologista e giustizialismo, ha visto tramontare un polo industriale determinante non solo per la Puglia, ma per l’intera penisola; e quindi per le ambizioni italiane di poter competere con la Germania sul tema dell’acciaio.
Strano come raramente si faccia notare quanto il crollo dell’Ilva abbia favorito la Germania in termini industriali: altrimenti si finirebbe per guardare agli eventi con una lente completamente diversa. Perché parlare di industria significa porsi una sfida di lungo periodo — esercizio in cui la classe politica italiana difetta —, ma anche affrontare un tema che è di strettissima attualità, per non dire il tema principe e persino emergenziale nell’attuale congiuntura internazionale: quello energetico. Perché i costi dell’energia condizionano, minano le risorse e dunque la competitività delle imprese.
Ha ragione Luigi Marattin quando dice dal palco di Ceglie che «con il costo dell’energia che abbiamo in Italia l’industria fa molta fatica ad andare avanti». Il leader dei Libdem nostrani pone l’accento sul tema dei temi che in Italia la sinistra fa finta di non vedere o, meglio, di non considerare — alla luce anche dei punti stilati dalla segretaria Pd Elly Schlein, che parla solo ed esclusivamente di rinnovabili —, quello del nucleare. Per Marattin: «L’unico modo per produrre energia elettrica che rispetti allo stesso tempo tre condizioni – costare poco, non inquinare e non renderci dipendenti da quello che accade nel Golfo Persico o in Ucraina – sia averla generata un po’ dalle fonti rinnovabili e un po’ dal nucleare. Questo non accade perché quarant’anni fa decidemmo, con la prima vera enfasi del populismo, di rinunciare all’atomo. Di industria in Italia non possiamo parlare finché non riportiamo il costo dell’energia a un livello sostenibile».
Purtroppo, soggiungiamo noi, sono in pochi — e Marattin ne è un’eccezione — a riconoscere i danni provocati dal “populismo di sinistra” e dalla sua forma migliore/peggiore, l’“eco-populismo”: quello che pone l’ecologismo non su basi scientifiche, ma su fondamenta del tutto sciamaniche. Del resto non è una novità in un Paese in cui il nesso tra politica e teatralità ha raggiunto livelli di eccesso (pensate a Bonelli e al suo “sasso”).
Che il campo largo, larghissimo, sul tema dell’energia sia in confusione non è una novità, e lo si è capito già dalle cosiddette riflessioni della Schlein sul tema energetico. Del resto, anche a La Piazza, il dem Antonio Misiani ha affermato che sulla riduzione della dipendenza del Paese dai combustibili fossili «non è stato fatto abbastanza: c’è stata troppa timidezza, scelte contraddittorie, e oggi siamo il Paese europeo più esposto a quello che sta accadendo». Nel senso: dobbiamo rinunciare ai combustibili fossili — lo stiamo già facendo, in verità —, ma senza una vera alternativa, perché a sinistra la parola nucleare non la sanno neanche pronunciare.
Almeno Marattin, che non a caso ha fatto altre scelte, ha il merito di provare a rimettere al centro un tema che solo il centrodestra ad oggi affronta, pur scontrandosi con l’ostilità di una sinistra che vive reclusa nei limiti del proprio ideologismo. Perché se è vero, come dice Misiani, che il conto lo pagano le famiglie, è pur vero che ad oggi la sinistra non ha una sola proposta che possa modificare lo stato dell’arte. Se il freno della sinistra in passato è stata la stessa ideologia che l’animava, la sinistra contemporanea ha il suo più grande limite nell’ideologismo modaiolo.
C’è un altro punto su cui Marattin ha ragione, quando dice: «In Italia non c’è bisogno che lo Stato faccia di più: c’è bisogno che lo Stato faccia di meno». Per dirla alla Ronald Reagan: «Il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema» — e qui “governo” va inteso come intervento pubblico nell’economia. Su questo, forse, anche il centrodestra, seppure penalizzato dal contesto economico internazionale, qualche riflessione dovrebbe farla. Perché una nazione civile non può avere un sistema fiscale che ha più di cinquant’anni, un manuale di istruzioni di 646 pagine e che cambia ogni anno con ogni legge di bilancio e con ogni decreto Milleproroghe. La più grande rivoluzione in questo Paese, in fondo, richiede solo un po’ di semplicità.
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