Ogni volta che in Italia si parla di energia, il dibattito prende una piega prevedibile. Un rigassificatore divide il Paese. Un elettrodotto scatena ricorsi. Un parco eolico diventa un caso nazionale. Il nucleare viene evocato come se fossimo ancora nel 1987. Nel frattempo, il resto d’Europa costruisce, investe e pianifica. Noi discutiamo.

È questo il vero problema. Continuiamo a chiederci quale tecnologia scegliere, quando la domanda dovrebbe essere un’altra: vogliamo diventare un Paese capace di garantire la propria sicurezza energetica oppure preferiamo restare ostaggio delle contrapposizioni ideologiche e dei veti permanenti?

L’energia è tornata a essere una questione di sovranità nazionale. Senza energia sicura non esiste industria. Senza industria non esiste crescita. Senza crescita non esiste nemmeno la possibilità di finanziare la tutela dell’ambiente e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Per questo la politica energetica non può essere guidata da una sola metrica. La riduzione delle emissioni è un obiettivo importante, ma non può oscurare gli altri: sicurezza degli approvvigionamenti, competitività economica, autonomia strategica e resilienza del sistema Paese devono procedere insieme.

Il recente confronto sugli impianti eolici di Orvieto dimostra quanto il dibattito italiano sia ancora prigioniero di una falsa alternativa. Da una parte chi considera ogni impianto una ferita al paesaggio; dall’altra chi liquida qualsiasi obiezione come una posizione oscurantista. Entrambe le posizioni sbagliano bersaglio. La vera questione non è scegliere tra paesaggio ed energia. È decidere se in Italia valgano le regole oppure il potere di veto di chi protesta più forte.

Il nostro ordinamento possiede già tutti gli strumenti necessari per trovare un equilibrio tra tutela del paesaggio e sviluppo: l’articolo 9 e l’articolo 41 della Costituzione, il Codice dei beni culturali e del paesaggio, la pianificazione territoriale, le valutazioni ambientali e le procedure autorizzative. È lì che si decide se un impianto sia compatibile con il territorio. Se non lo è, non si realizza. Ma se rispetta la pianificazione, supera tutte le valutazioni previste dalla legge e ottiene le autorizzazioni necessarie, allora deve essere costruito. Senza ulteriori ripensamenti o nuove campagne mediatiche, evitando di trasformare ogni autorizzazione in un referendum permanente. Diversamente non governa il diritto, governano i veti.

Naturalmente esistono aree nelle quali il valore paesaggistico, storico o naturalistico rende incompatibili determinate infrastrutture. Ed è giusto che sia così. Ma proprio per questo la tutela deve essere esercitata prima, attraverso una pianificazione rigorosa, trasparente e scientificamente fondata; non dopo, quando gli investimenti sono già stati programmati. La certezza del diritto è il primo investimento che uno Stato deve garantire.

Lo stesso principio vale per il nucleare. L’Italia ha pagato caro l’abbandono di una politica nucleare nazionale. Mentre gran parte del mondo e dell’Europa continuava ad investire, noi abbiamo rinunciato a uno strumento fondamentale di sicurezza energetica. Eppure il patrimonio di competenze non è andato perduto. Università, centri di ricerca e imprese italiane continuano a operare ai massimi livelli nei principali programmi nucleari internazionali. Per questo il ritorno al nucleare deve essere rapido: non per nostalgia del passato, ma perché un grande Paese industriale non può rinunciare a una fonte stabile e programmabile che rafforza l’autonomia energetica.

Sarebbe, però, un errore sostituire una fede con un’altra. La politica non deve decretare quale tecnologia vincerà. Nessuno sa quale sarà il mix energetico ottimale tra venti o trent’anni. Lo Stato non deve scegliere la tecnologia del futuro, ma deve creare le condizioni perché le tecnologie migliori emergano da sole.

La soluzione, in realtà, è semplice. Stato e Regioni individuino con criteri scientifici e trasparenti le aree idonee e quelle non idonee agli impianti energetici. Una volta conclusa la pianificazione, ogni progetto conforme alle regole deve ottenere un’autorizzazione a tempi certi. Non meno tutela, ma più certezza del diritto.

Non spetta alle istituzioni stabilire se il chilowattora del futuro sarà prodotto dal nucleare, dall’eolico, dal fotovoltaico o da tecnologie che oggi ancora non conosciamo. Il loro compito è garantire la neutralità tecnologica, rimuovere gli ostacoli burocratici, investire nelle reti e lasciare che siano il mercato, sostenuto dall’innovazione e orientato dall’interesse nazionale, a selezionare progressivamente le soluzioni migliori.

Per questo mettere in contrapposizione nucleare ed eolico non ha alcun senso. Sono strumenti diversi che rispondono a esigenze diverse. Un sistema energetico moderno ha bisogno di entrambe le tecnologie, insieme a tutte le altre che possono contribuire a renderlo più sicuro, più competitivo e più resiliente.

La vera alternativa, allora, non è tra eolico e nucleare. È tra due modelli di Paese. Il primo è quello nel quale ogni investimento può essere rimesso in discussione all’infinito, ogni autorizzazione diventa un processo politico e ogni infrastruttura è ostaggio del veto di qualcuno. Il secondo è quello nel quale il paesaggio si tutela con la pianificazione, le autorizzazioni si rilasciano secondo la legge e tutte le tecnologie competono ad armi pari nell’interesse nazionale.

La vera riforma energetica non è decidere quale impianto costruire. È decidere che, una volta rispettate le regole, gli impianti si costruiscono. Punto.

Giuseppe Gravela

Autore

Responsabile nazionale Energia e Ambiente del Partito Liberaldemocratico