L’economia sociale non come settore da sussidiare dal centro, ma come paradigma capace di orientare l’economia. È questa la sfida che emerge dal Piano d’azione europeo per l’economia sociale e dal Piano nazionale italiano, che il governo si prepara ad emanare dopo un periodo di consultazione. Un’onda che la Strategia regionale dell’Emilia-Romagna per l’economia sociale – prima Regione del Paese a dotarsene – cavalca con lungimiranza. Ne parliamo con Paolo Venturi, economista, direttore di AICCON – centro Studi dell’Università di Bologna, tra i massimi esperti italiani di innovazione sociale.

Direttore, l’economia sociale è sempre più presente nell’agenda europea. Perché?
«Perché l’Europa ha compreso che le grandi trasformazioni in corso – dalla transizione digitale a quella ecologica, fino ai cambiamenti demografici – richiedono nuovi modelli di sviluppo. Con il Social Economy Action Plan, la Commissione europea ha riconosciuto che l’economia sociale non è soltanto un insieme di organizzazioni da sostenere, ma una componente essenziale della competitività. In gioco non c’è solo la distribuzione, ma come si produce nuovo valore».

Non è un po’ naif affrontare questi temi quando sulla scena internazionale è ritornata la geopolitica?
«Non la vedrei così. Oggi la situazione internazionale porta a parlare tanto di difesa, ma la capacità di generare coesione è tra i fattori decisivi per la tenuta del continente. L’economia sociale è elemento primario non solo di identità per l’Europa, ma anche di coesione. È un fattore alla base del Made in Europe e un elemento su cui tutti i Paesi dell’Unione possono riconoscersi».

Qual è la novità rispetto al passato?
«La novità è che l’economia sociale non viene più considerata come un ambito separato o residuale. L’Europa, che in questa fase ha perso parte della spinta originaria, ha voluto incoraggiare i Paesi membri verso una programmazione concreta e di lungo periodo per promuovere la biodiversità e uscire dalla logica distorta di “incentivi e agevolazioni”. Riconoscere il diverso apporto dell’economia sociale implica una profonda revisione delle regole del gioco e di come si utilizza il public procurement».

In questo quadro che ruolo avrà il Piano nazionale per l’economia sociale?
«Il Piano ha un ruolo storico, ossia riconoscere valore, perimetro e ruolo dell’economia sociale. Questo impianto poi dovrà tradursi necessariamente in azioni, strategie, semplificazione e risorse da mettere a disposizione del sistema. La sfida non è creare nuove misure settoriali, costruire ma sviluppare una “convergenza” su una diversa idea di sviluppo, un’infrastruttura di sviluppo che favorisca la collaborazione tra economia sociale, pubbliche amministrazioni, imprese e mondo della conoscenza».

L’Emilia-Romagna si è mossa in questo senso?
«Senza dubbio. L’Emilia-Romagna è la prima Regione italiana ad aver approvato una strategia organica per l’economia sociale. Una scelta che riconosce l’economia sociale come una leva di sviluppo».

Perché è una strategia innovativa?
«Perché oltre a sostenere i soggetti dell’economia sociale, fatto imprescindibile e fondativo, propone di utilizzarne il paradigma per lo sviluppo complessivo del territorio. Innovazione sociale, qualità del lavoro, nuove competenze e persino l’Intelligenza Artificiale vengono letti attraverso la capacità di generare impatto e valore condiviso. È un approccio che supera la tradizionale distinzione tra economia e coesione sociale».

Concretamente?
«La strategia di politica economica è stata presentata insieme ad un primo bando di 5 milioni che non finanzia singole organizzazioni, ma ecosistemi territoriali innovativi. Gli enti locali sono chiamati a orchestrare alleanze che coinvolgano economia sociale, insieme a imprese for profit e sistema della ricerca. È una logica molto diversa da quella tradizionale: si investe nelle relazioni e nella capacità dei territori di collaborare, perché è lì che si genera innovazione e nuova occupazione».

Quali regioni europee si sono dotate di proprie strategie per l’economia sociale?
«I Paesi Baschi e la Catalogna in Spagna sono le regioni pioniere in Europa dove l’economia sociale è riconosciuta a livello istituzionale e guidata da forti politiche di coesione e innovazione. La Contea di Orebro in Svezia vede un accordo regionale tra autorità, società civile, terzo settore per piani di sviluppo locali orientati all’economia sociale. In Polonia, Slesia e Malopolska hanno inserito l’economia sociale nei loro piani di sviluppo e transizione. Si tratta ancora di casi d’avanguardia, ma c’è movimento».

Quale insegnamento per il Paese può arrivare dall’esperienza emiliano-romagnola?
«Che l’economia sociale non è una nicchia da proteggere, ma una risorsa da valorizzare per ripensare lo sviluppo. L’Europa ha indicato una direzione verso cui l’Emilia-Romagna, attraverso la Vicepresidenza e la delega di Vincenzo Colla, sta sperimentando una delle prime applicazioni concrete. La vera sfida inizia ora: dimostrare che questa prospettiva è possibile e che possa diventare una diversa cultura della competitività. Se accadrà, sarà un risultato per l’intero sistema economico del Paese».

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