Il problema non è che la politica litighi. Il tema è che sembra non saper fare altro. L’appello del Presidente della Repubblica a mettere da parte le polemiche per affrontare le urgenze del Paese è durato appena ventiquattr’ore. Poi è ricominciato il copione di sempre: accuse reciproche, slogan, propaganda. Lo scontro ha di nuovo occupato il dibattito pubblico, mentre i problemi dei cittadini sono scivolati sullo sfondo. È il segno di una politica che preferisce il consenso immediato alla responsabilità del governo, consumando energie nella comunicazione invece che nelle decisioni.

La crisi dei partiti

Governare significa l’opposto. Significa comporre interessi diversi, costruire convergenze. È questa la missione della democrazia rappresentativa. Oggi, invece, il compromesso viene liquidato come una resa e il dialogo come un cedimento. Così la politica rinuncia alla sua funzione più alta: trasformare il conflitto in decisioni. Le ragioni di questa deriva sono profonde. I partiti hanno smesso di essere luoghi di partecipazione, formazione e selezione della classe dirigente. In molti casi sono diventati organizzazioni chiuse, dominate da ristrette oligarchie. Gli iscritti contano sempre meno, il confronto interno si è impoverito e la scelta dei candidati è concentrata nelle mani di pochi.

Il rapporto tra eletti ed elettori

Il vero problema, però, non è soltanto la crisi dei partiti. È la loro trasformazione in comitati elettorali costruiti attorno a un leader. Le leggi elettorali che hanno affidato alle segreterie la nomina di deputati e senatori hanno accelerato questo processo. Si è indebolito il rapporto tra eletti ed elettori e si è rafforzato quello tra eletti e capo politico. Quando la carriera dipende più dalla fedeltà che dal consenso, il merito arretra e la cooptazione prevale. È così che prosperano i partiti personali.

Il ritorno delle preferenze

Per questo il ritorno delle preferenze, seppure con il capolista garantito, rappresenterebbe una riforma di sostanza. Restituirebbe agli elettori una parte della sovranità perduta, allargherebbe la partecipazione e renderebbe più autorevole la rappresentanza. Le resistenze sono prevedibili, perché ogni oligarchia tende a difendere sé stessa. Ma proprio per questo il Parlamento dovrebbe avere il coraggio di superarle. La riforma elettorale, tuttavia, non basta. È tempo di dare piena attuazione all’articolo 49 della Costituzione. I partiti restano il cardine della democrazia rappresentativa e hanno bisogno di regole che garantiscano democrazia interna, trasparenza e partecipazione. Rilegittimare i partiti significa restituire forza alla Repubblica. Continuare a difendere assetti chiusi significa allontanare ancora i cittadini dalle istituzioni. Non servono altri slogan. Serve il coraggio di restituire ai cittadini il diritto di scegliere davvero chi li rappresenta e ai partiti il dovere di tornare comunità democratiche, aperte e contendibili. Perché una democrazia nella quale i cittadini scelgono sempre meno e i capi decidono sempre di più è, semplicemente, una democrazia più povera.