Se c’è una cosa che dobbiamo evitare con cura, di fronte alla ennesima vicenda di malagiustizia quale quella occorsa all’ex Sindaco di Lodi Simone Uggetti, è la retorica della Giustizia che infine trionfa. Una retorica inutile e beffarda, che finisce per coinvolgere perfino le vittime di queste ordalie (“ho sempre avuto fiducia nella Giustizia”, sentiamo spesso dire all’imputato con voce rotta dalla emozione). Dobbiamo capire bene che queste vicende non vanno analizzate e giudicate dalla loro conclusione. Una assoluzione pronunziata dopo anni dal fatto può avere significati e spiegazioni le più diverse.

Per l’imputato, certo, significa solo -e ci mancherebbe altro- riconoscimento della propria innocenza; ma questo non vale se dobbiamo giudicare, come dire, la innocenza o la colpevolezza della indagine. Si può essere assolti perché la indagine era ab origine infondata e pretestuosa, o invece perché sono emerse nel dibattimento, grazie al confronto dialettico proprio del processo ma anche solo al trascorrere del tempo, circostanze (documentali, testimoniali, tecniche) che hanno infine smentito l’Accusa. Possono esserci state ritrattazioni testimoniali, o anche solo riqualificazioni giuridiche della condotta. Insomma, è evidente come una assoluzione non basti certo a qualificare come “malagiustizia” quella vicenda processuale: essa impone una analisi retrograda, al momento in cui l’Accusa è sorta, ed a come è stata governata e coltivata.

Nel caso del sindaco Uggetti, apprendiamo dalle cronache che costui fu arrestato (in carcere!) per una ipotesi di turbativa d’asta relativa all’appalto della gestione della piscina comunale di Lodi. Il valore dell’appalto era di 4000 euro l’anno, e la presunta scrittura illegittima del bando di gara sarebbe stata volta a favorire, per sovrappiù, la società partecipata dal Comune. Eccolo, il punto: eccolo il bandolo della matassa, se non vogliamo smarrire il senso della vicenda Uggetti nel mare magnum delle opinioni e delle valutazioni, tutte legittime. Il punto è che l’assoluzione di oggi non toglie e non mette una virgola rispetto a ciò che era legittimo chiedere già il giorno stesso dell’arresto. Non c’era e non c’è bisogno di attendere un’assoluzione per porre questa semplice domanda: si può arrestare e sbattere in galera un sindaco in carica, democraticamente eletto e dunque rappresentante legittimo della comunità dei suoi cittadini, un signore con una storia personale e politica integra, per la presunta manipolazione di un bando di gara del valore di 4mila euro annui, a tutto concedere finalizzata a favorire l’aggiudicazione allo stesso Comune?

Certo che no, non si può, o meglio: non si potrebbe, non si dovrebbe. Colpevole o innocente, non cambia nulla. Le norme che autorizzano un giudice, su richiesta di un P.M., a privare della libertà personale un cittadino sono molto chiare. Non basta che vi siano, in quel momento, gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato. Non so se ve ne fossero – oggi dobbiamo ritenere di no- a carico del sindaco Uggetti al momento del suo arresto, e non mi interessa nemmeno saperlo. Perché dovete sapere che la legge ammonisce il Giudice che comunque ciò non è affatto sufficiente. Occorre infatti che sia altrettanto accuratamente valutata la sussistenza di “esigenze cautelari” (pericolo di fuga, di inquinamento delle prove, di reiterazione del reato) che giustifichino l’adozione della misura. Ed ancora, sempre la legge impone al giudice che, una volta valutata (non in astratto, ammonisce, ma “in concreto” e con rigoroso e motivato giudizio di “attualità”) la sussistenza di una o più di quelle tre esigenze cautelari, egli debba scegliere ed applicare quella che implichi il minor sacrificio possibile della libertà personale. PM e GIP hanno, da questo punto di vista, una ricca scatola degli attrezzi, che va dalla misura interdittiva dell’esercizio della propria attività (di Sindaco, nel caso di specie), all’obbligo di firma o di dimora, agli arresti domiciliari, fino al carcere, extrema ratio come si dice nei convegni giuridici.

Uggetti, per una vicenda del genere, è stato sbattuto in carcere per dieci giorni, e poi ai domiciliari. Se vogliamo fare una cosa utile, andiamo a leggere come il PM motivò la richiesta del carcere, come il GIP ne ha motivato la concessione, come -immagino- il Tribunale del Riesame ne ha confermato la legittimità. Questo deve essere il tema della discussione, se la vicenda giudiziaria di questo signore deve servire a qualcosa. Altrimenti, si scende al livello di quel tale, che è stato perfino Ministro di questo sventurato Paese, ed è a quanto pare destinato ad interpretare il futuro della sinistra italiana (insieme alle Taverna, ai Di Maio, ai Grillo che sfilarono a Lodi invocando la forca). Si scende al livello di quel Toninelli che ha detto: prima di parlare di scuse, voglio leggere le motivazioni della sentenza di assoluzione. Ho appena cercato di spiegare che ciò che serve oggi è leggere l’ordinanza di custodia cautelare. Anche perché, onorevole Toninelli, detto tra noi: oltre che leggerle, le motivazioni, tocca anche capirle. E qui la cosa si complica.

Presidente Unione CamerePenali Italiane