La recente critica al governo Meloni sul fatto che, malgrado la sua durata, non avrebbe fatto riforme significative e strutturali ricorda la storiella del bue che dice cornuto all’asino. L’Italia non fa riforme di sistema da molti anni, sia che sia governata da progressisti, da conservatori o da governi tecnici. Quando ci prova, come fece dieci anni fa Renzi con i referendum costituzionali o ha provato a fare la stessa Meloni con il premierato, il percorso riformatore viene il più delle volte rispedito al mittente. Con buona pace delle tanto sbandierate riforme del Pnrr, che nella maggior parte dei casi sono state meri adempimenti legislativi e formali necessari per sbloccare le rate europee, piuttosto che vere riforme strutturali capaci di modernizzare il Paese alla radice, come avrebbe dovuto essere.

L’Italia non è un Paese per le riforme? In parte è proprio così, per diversi motivi oggettivi che è il caso di prendere in considerazione, visto che il nostro Paese ha davvero bisogno di riforme e soprattutto delle condizioni e della capacità di tornare a farle. Esistono vincoli oggettivi. Per esempio il vincolo del debito pubblico, che impone riforme a costo zero, con il solito problema della coperta stretta. Ci sono poi i timori che derivano dal fatto che le riforme, mettendo in discussione assetti e poteri consolidati, possono essere respinte e compromettere la carriera di chi le propone, come è in parte accaduto a Renzi. Un altro motivo deriva direttamente dalle caratteristiche della società italiana e dei gruppi sociali portatori dei maggiori interessi: la nostra è una società vecchia, con una età media che supera i 47 anni (46 anni se consideriamo solo gli italiani che lavorano), una generazione peraltro che sarà in media nei prossimi anni destinataria di flussi di capitale ereditario, poco propensa a investimenti che non siano quelli del risparmio e della rendita per garantirsi una tranquilla e lunga vecchiaia. Se non si è un Paese di giovani e per i giovani si diventa anche un Paese poco propenso al cambiamento e a riforme che possono mettere in discussione la propria condizione.

Una società “signorile di massa”, come l’ha chiamata Ricolfi, percepisce le riforme più come una minaccia alla propria ricchezza e status che come una opportunità. Gli esempi possono essere molteplici, basti pensare alle reazioni che si incontrano tutte le volte che per validi motivi si provano a mettere in discussione i crescenti benefici che arrivano dalle rendite patrimoniali, dalle proposte di regolamentazione delle case vacanza all’introduzione di una maggiore progressività sulle imposte di successione per finanziare l’abbassamento delle tasse sul lavoro. Se in questi anni alla diminuzione del peso dei redditi di lavoro ha corrisposto in Italia un aumento dei patrimoni, è anche per conseguenza di questa situazione, che ha reso il nostro Paese una delle nazioni in cui a redditi da lavoro mediamente bassi corrisponde una ricchezza patrimoniale tra le più alte al mondo. Con un conseguente aumento della disuguaglianza e l’indebolimento dell’ascensore sociale.

Le riforme strutturali non sono slogan, ma sono vere e proprie azioni di sistema sulle quali convergono interventi di diversa natura. Non basta il salario minimo per aumentare i redditi medi degli italiani. Non bastano i livelli minimi delle prestazioni per superare le differenze tra le Regioni, sempre più crescenti. Le vere riforme danno, tolgono e mettono in discussione comportamenti e posizioni diffuse. Per promuoverle non bastano i leader, servono partiti forti e radicati, in grado di sostenere un confronto che coinvolga la popolazione. I partiti di oggi non sono vere e proprie organizzazioni di massa radicate sul territorio, e anche quelli più strutturati non sembrano interessati a promuovere consenso intorno a scelte difficili.

Abbiamo poi un altro vincolo che contrasta qualsiasi intento riformatore, ossia la funzione della burocrazia che in Italia, come ripete Cassese, è diventata difensiva, refrattaria a fare proprie le decisioni e che spesso preferisce il rinvio, rifugiandosi nella procedura. Una burocrazia che non viene misurata sui risultati diventa incapace a far propria qualsiasi riforma. La combinazione di questi fattori rende possibile fare governi più stabili, ma che rischiano di essere meno incisivi. Non è questione di destra o sinistra, ma di come siamo diventati.

Per fare le riforme servono i riformatori, ma serve anche un contesto che stimoli i decisori politici a promuovere le riforme. Non è questo il contesto che muove da molti anni gli interessi organizzati prevalenti nella politica italiana. Gli stessi “riformisti” da noi sono noti più per il dibattito sui nomi e per la litigiosità dei loro diversi piccoli partiti che per la proposta riformista che dovrebbero rivolgere agli italiani e che risulta per lo più ancora ignota. Sono riformisti senza riforme. Eppure lo snodo resta ancora questo. Passano gli anni e i decenni, ma l’assenza di riforme strutturali anche per questo si fa sempre più sentire. Perché calano i redditi di chi fa, ma crescono le rendite di chi ha. Perché la distanza tra Lombardia e Sicilia aumenta ben oltre quanto ci dicono i chilometri. Perché diminuiscono i disoccupati, ma ancora troppi italiani non lavorano o scelgono di non lavorare. Perché se chiediamo ai decisori politici quale sia il nostro interesse nazionale e come si persegue, abbiamo risposte a volte confuse e spesso diverse. Perché ancora oggi non è chiaro se la sovranità digitale (non dipendere dall’IA statunitense o cinese) e la difesa comune europea, che sono elementi di base per esistere come nazione, siano o meno presenti nelle priorità della proposta politica italiana.

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