Non si dia a magistratura e politica l’alibi per non riformare nulla
Confisca di prevenzione, così l’Italia rischia la paralisi
Il Panel della Grande Camera della Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha rigettato l’istanza di rinvio presentata dal governo italiano nel caso Isaia e altri c. Italia. La sentenza della Prima Sezione del 25 settembre 2025 è definitiva. L’Italia ha perso. E ha fatto bene a perdere. Le misure di prevenzione patrimoniale permettono allo Stato di sequestrare e confiscare beni sospettati di provenienza illecita anche in assenza di condanna penale. In linea di principio, uno strumento legittimo contro la criminalità organizzata. Nella pratica, uno strumento che negli anni si è trasformato in qualcosa di inquietante: una giustizia predittiva, fondata non su ciò che si è fatto ma su ciò che si potrebbe fare, su presunzioni di pericolosità che ricordano più il Minority Report di Philip K. Dick che i princìpi di un ordinamento liberale. Per dirla con Beccaria: una macchina capace di produrre più mali di quanti ne prevenga. La Cassazione aveva avviato un percorso correttivo — ma non lo ha mai completato. Ci ha pensato Strasburgo.
La sentenza Isaia dice cose precise: la confisca di beni intestati a terzi non può fondarsi sul mero rapporto familiare; l’onere di provare la fittizietà dell’intestazione resta a carico delle autorità; non si può aggredire un patrimonio costruito decenni prima dei reati presupposti senza motivare il nesso causale. Princìpi elementari di civiltà giuridica. Quello che Isaia non dice — e che è sbagliato sostenere — è che il sistema vada smantellato. Chi legge in questa pronuncia il presupposto per invocare il crollo dell’intero edificio antimafia sbaglia due volte: sbaglia nel diritto, perché la Corte EDU ha sempre riconosciuto la legittimità della confisca di prevenzione purché rispetti standard adeguati; e sbaglia nel merito, perché la criminalità organizzata italiana non è più stragista come negli anni delle bombe, ma è presente, radicata, silenziosa nei gangli dell’economia. Chi grida all’abbattimento consegna alla magistratura l’alibi per non riformare nulla, e alla politica la scusa per non toccare niente — timorosa delle conseguenze sull’opinione pubblica. Il risultato è che gli abusi restano, e le vittime degli abusi restano senza giustizia.
Su questo fronte resta aperto davanti alla Grande Camera il caso Cavallotti c. Italia, che pone proprio la questione se una persona assolta in via definitiva possa essere colpita da misure di prevenzione patrimoniale. La risposta che verrà da Strasburgo sarà importante per tutti, non solo per i diretti interessati. La sentenza Isaia è definitiva. Gli abusi vanno corretti. Il sistema, opportunamente modificato, rimane in piedi. Nell’ordine.
© Riproduzione riservata







