Gian Carlo Caselli — procuratore di Palermo per sette anni, eletto al CSM nelle liste di Magistratura Democratica — torna a parlare. Ma non sul Fatto Quotidiano: in un’intercettazione emersa dal verbale del 2 dicembre 2025 nell’interrogatorio di Giuseppe Pignatone, pubblicata da Il Tempo. Telefonata del 6 aprile 2024, con il collega. Caselli sbotta: «Ma dobbiamo proprio prenderci tutta ’sta merda addosso da Trizzino, Colosimo eccetera?». E poi: «Non possiamo organizzare qualcosa per dire basta? Fatevi furbi, pensate!». «Organizzare qualcosa.» «Fatevi furbi.»

Non è il linguaggio del magistrato in quiescenza che osserva con distacco. È il tono direttivo di chi ritiene — ancora oggi — di poter impartire istruzioni. Una presunzione che non sorprende chi ricordi il bilancio di quella stagione palermitana nei processi di contesto: Andreotti non portò ad alcuna condanna; la condanna a Bruno Contrada fu revocata dalla Cassazione dopo la sentenza CEDU Contrada c. Italia n. 3 del 2015, che condannò anche lo Stato italiano; Mannino, Musotto, Carnevale, Mattarella: tutti assolti. E i generali Mori e Obinu, perseguitati per oltre un decennio, assolti in ogni grado «perché il fatto non costituisce reato». Fatti storici, non giudizi.

Precisiamolo: Caselli non è indagato, nulla in quella telefonata lo coinvolge penalmente. Siamo di fronte a ciò che Karl Popper chiamava «gli occhiali»: quel filtro culturale e ideologico attraverso cui ciascuno guarda il mondo. Gli occhiali di Caselli — quelli di una giovinezza, di una corrente, di una stagione — sono gli stessi da decenni. Ma c’è di più. Quel «fatevi furbi, organizzate qualcosa» non è solo uno sguardo: è un’azione. È la logica gramsciana dell’intellettuale organico che non osserva la realtà, la trasforma secondo il progetto politico del gruppo cui appartiene. Una sorta di lotta di classe giudiziaria, in cui ciò che a Caselli appare merda è la parte di verità che i suoi occhiali non filtrano — e che bisogna organizzarsi per tenere fuori dalla scena. E qui la deduzione si impone da sé: proprio l’insofferenza di Caselli — così scomposta, così carica — ci conferma che la pista seguita da Fabio Trizzino e Chiara Colosimo è quella vera. Certe verità non si temono, quando sono infondate: si ignorano. Ci si dà pena di organizzare qualcosa solo quando si teme che arrivino al punto. Fatevi furbi, pensate. Noi, signor Procuratore, la verità non la organizziamo. La pretendiamo.

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Riceviamo e pubblichiamo:

Gentile Direttore,
non ho mai avuto nulla a che fare con lo studio legale Giordano & Partners di cui il quotidiano da lei diretto ha pubblicato una lettera il 21 Aprile 2026 che mi riguarda. Non ho ben capito dove i gentili avvocati vogliano andare a parare con una lettera “così scomposta, così carica”. Ho capito invece che rivelano di non conoscere quanto sarebbe invece necessario. A parte il pessimo gusto di ricomprendere nell’elenco degli assolti (Andreotti, Contrada, Mannino, Musotto, Carnevale…) anche Mattarella, che invece – se non ricordo male – non è stato processato ma ammazzato dalla mafia per il suo rigore riformatore; il bilancio che essi tracciano della mia stagione palermitana è infatti, a dire davvero poco, assolutamente insufficiente e fuorviante. Il processo Andreotti si è concluso con una sentenza in Cassazione che stabilisce, prove alla mano, come l’imputato fino al 1980 abbia commesso (sic !) il reato – nel frattempo prescritto – di associazione a delinquere con Cosa nostra. La revoca da parte della CEDU della condanna a Bruno Contrada è quanto di più stupefacente si possa immaginare, perché la Corte europea ha argomentato che il concorso esterno è un reato che nasce da elaborazione giurisprudenziale, contro l’evidenza logica che tale elaborazione può esservi solo quando un reato è già esistente.

Per quanto riguarda gli altri processi mi permetto per brevità di rinviare al libro “Lo Stato illegale” (Laterza 2020) che ho scritto con Guido Lo Forte, dove essi sono illustrati ad uno ad uno nel primo capitolo intitolato “I processi politici della procura di Palermo”, evidenziando analiticamente le “stranezze” che sempre li caratterizzano e che costituiscono la base dell’esito favorevole per gli imputati. Prendiamo il caso di Corrado Carnevale, Presidente della prima sezione penale della Cassazione, allegramente definito da una certa pubblicistica “l’ammazza sentenze”. Contro di lui vi sono accuse circostanziate e concrete di alcuni colleghi di sezione, che però sono state considerate non utilizzabili in quanto violavano il segreto della camera di consiglio, bypassando la circostanza che tali accuse con la camera di consiglio non c’entrano nulla, salvo che si voglia arbitrariamente trasformare in camera di consiglio l’intero “palazzaccio” di Roma .L’assoluzione di Carnevale è così clamorosamente ingiustificata che anche Giuliano Turone gli ha dedicato un apposito libro. Spero in questo modo di aver soddisfatto la pretesa di verità dei legali che hanno scritto la lettera, anche se avrebbero potuto soddisfarla da soli sfogliando almeno una delle sentenze cui fanno riferimento.

Gian Carlo Caselli

Il dottor Caselli non ha nulla a che fare con noi. Meno male. Nel 2024 chiedeva a Natoli — intercettato — di «organizzare qualcosa» perché non ne poteva più di «prendersi tutta ‘sta merda addosso» da Trizzino. Noi scriviamo ciò che sappiamo. Lui sapeva quello che diceva. Pensava solo di non essere ascoltato.

Avv. Stefano Giordano

www.stefanogiordanoepartners.it