Dopo sei mesi dall’inizio della pandemia viviamo ancora in un limbo finanziario e in un clima di crescente disagio sociale, dettato dalla paura di un futuro incerto e da una indifferenza generale.Lo Sfizzicariello, gastronomia sociale napoletana che pratica da 12 anni l’ inclusione tramite l’ inserimento lavorativo di persone vulnerabili e con disagio psichico, tra il Covid e il disagio scaturito dal cantiere relativo al rifacimento di alcuni tratti di Corso Vittorio Emanuele, è come se fosse chiuso da marzo. Carlo Falcone, Presidente della Cooperativa Sociale “Arte Musica e Caffè” e artefice dell’avventura gloriosa dello “Sfizzicariello”, teme oramai il peggio. “Le entrate sono calate moltissimo, a parte il periodo in cui siamo stati proprio chiusi”, ci racconta.

“Abbiamo continuato a pagare il fitto del locale, le utenze e anzi abbiamo dovuto acquistare alcune macchine da cucina e attrezzi di cui non avevamo previsto il riacquisto perché si sono malauguratamente guastate. In più nel mese di agosto, quando con grande sacrificio volevamo stare aperti nella speranza di incassare qualcosina,non solo la maggior parte dei clienti è andata in ferie, ma ci sono anche stati dei lavori di ristrutturazione e manutenzione del marciapiede e della carreggiata del corso Vittorio Emanuele che ci hanno reso impossibile l’apertura. Dulcis in fundo il nostro contratto di affitto deve essere rinnovato dopo 12 anni e negli accordi il canone di locazione sarà quasi raddoppiato e questo rende sempre più cupo il nostro sguardo al futuro”. I bonus che il governo ha stanziato per le piccole imprese hanno dato un attimo di respiro, ma non sono per nulla sufficienti a rimettere in piedi l’attività e nulla possono per quanto riguarda il recupero socio-relazionale che si era costruito con il sudore della fronte un gruppo di persone “sui generis”, ma accomunate dalla voglia di riscatto e di autonomia, conquiste che rischiano di sgretolarsi sotto i colpi della pandemia.”Ho cercato in questi mesi di non far rompere il filo relazionale e sociale con gli sfizzicarielli, che a parte qualche piccola tensione, sembra reggere. Soprattutto durante il lockdown abbiamo usato tutti i mezzi che la tecnologia ci offriva per poter comunicare e parlare tutti assieme”.

“È stata davvero una fatica”, continua Carlo, “ma per una impresa sociale come la nostra il nostro gruppo è la vera forza che ci fa andare avanti altrimenti non avrebbe senso l’aspetto più commerciale”. Dopo quattro mesi di reclusione forzata, i problemi socio-relazionali non mancano, e tende ad aumentare tanto la paura e il senso di isolamento degli “sfizzicarielli”, quanto il progressivo distacco della comunità, che da anni sosteneva e incoraggiava l’attività della gastronomia. La mancanza di una continuità, a quanto pare, ha fatto sparire anche molti clienti affezionati. La crisi sociale non è dunque meno importante di quella finanziaria, sembra suggerirci Carlo Falcone. “Nei mesi scorsi ho lungamente denunciato che una governance e una economia pensata in termini novecenteschi e non relazionali avrebbe danneggiato la stessa economia reale che si basa nella fiducia negli altri. Sono molto critico con le decisioni prese, proprio perché si sono usati paradigmi obsoleti. Si doveva ragionare in termini di economia civile quindi focalizzandosi sulle relazioni e non sulle cose, e coinvolgendo di più le comunità e i cittadini. Invece non si è fatto e ci si è chiusi nella paura. Non a caso ormai è linguaggio comune il ‘distanziamento sociale’ e non chiamarlo distanziamento fisico quale giustamente serve per evitare il contagio. Questo provocherà sicuramente una crisi finanziaria e sociale di proporzioni enormi che si rifletterà nella politica sempre più soggiogata dal potere economico-finanziario di stampo capitalistico e individualista che si basa sulla legge del più forte”.