Lo scaffale
L’onda della Megamodernità, siamo nell’era dell’ipertrofia
La velocità è il mantra del nostro tempo, informazione compresa. Non c’è più spazio per l’approfondimento o la verifica delle fonti, perché “arrivare secondi” equivale a non esistere. Questo porta alla proliferazione di notizie superficiali e, inevitabilmente, alla diffusione delle fake news. Nella Mega-modernità, l’informazione deve competere con i social media per l’attenzione dell’utente. Il risultato è che la notizia non viene più valutata per la sua rilevanza civile, ma per la sua capacità di generare “engagement”. Ed ecco che il giornalismo diventa una branca del marketing.
Il sociologo Andrea Codeluppi, nel suo ultimo saggio intitolato proprio Megamodernità (Laterza, 2026), propone una tesi provocatoria: non siamo più nella “post-modernità”, ma siamo entrati in una fase di accelerazione estrema che lui definisce, appunto, Megamodernità. Il testo, fondamentale per chiunque voglia comprendere la mutazione genetica del nostro tessuto sociale, culturale ed economico, si concentra su due scenari: l’individuo-vetrina, in cui l’essere umano smette di essere solo un consumatore per diventare un prodotto egli stesso, costantemente impegnato nel “personal branding”; la fine dei confini tra pubblico e privato, tra reale e virtuale, tra informazione e intrattenimento non esiste più una linea di demarcazione netta.
A differenza della postmodernità, che era caratterizzata dal frammento e dall’ironia, la Megamodernità è l’era dell’ipertrofia dove tutto si ingigantisce: il potere delle multinazionali, il volume dei dati, la velocità degli scambi e l’invadenza della tecnologia. Secondo l’autore, proprio il giornalismo è forse il settore che ha subìto il colpo più duro da questa ondata “mega”, subendo alcune derive, quali la spettacolarizzazione, la tirannia del Tempo Reale e la disintermediazione. Codeluppi, nel suo viaggio claustrofobico e rivelatore, osserva come il ruolo del giornalista come “filtro” o “guardiano della verità” sia crollato. Chiunque, grazie ai social, può produrre e diffondere contenuti. Tuttavia, questa apparente democrazia dell’informazione si traduce spesso in un caos dove la voce più forte (o più scandalistica) vince sulla più autorevole: “La sovrabbondanza di informazioni non produce una società più consapevole, ma una società più confusa, dove il rumore di fondo impedisce di distinguere il segnale”.
Codeluppi invita a ragionare su quell’idea che essere moderni significhi trovarsi in un ambiente che promette ogni bene al mondo ma che al tempo stesso minaccia di distruggere tutto ciò che siamo e ciò a cui siamo legati. Megamodernità ci mostra come le grandi narrazioni non sono morte, ma si sono frammentate in una infinità di narrazioni individuali che, sommate, ricostituiscono un sistema totalizzante, ma anche confusionario. La libertà di costruirsi, tra i concetti cardine della contemporaneità, si rivela come la forma più sofisticata di un controllo che non ha più bisogno di imporsi dall’esterno perché è stato già interiorizzato fino a diventare desiderio, se non ossessione.
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