L’Intelligenza Artificiale non è il futuro: è il presente. E, come ogni rivoluzione tecnologica, divide: da un lato genera entusiasmo, dall’altro alimenta timori, soprattutto sul lavoro. Il rischio di sostituzione del capitale umano esiste, ma fermarsi a questa lettura sarebbe riduttivo. Siamo nella quarta rivoluzione industriale. Dopo meccanizzazione, produzione di massa e rivoluzione digitale, oggi viviamo l’era dell’IA e dei sistemi interconnessi. La differenza è che non si tratta solo di macchine, ma di sistemi che apprendono e supportano le decisioni. L’adozione di questi sistemi nei diversi Paesi è generalmente avanzata nel modo delle imprese, meno nel settore della Pubblica amministrazione.

La domanda non è se l’IA sostituirà l’uomo, ma come l’uomo saprà usarla. In Italia il potenziale è elevato ma ancora poco sfruttato. L’adozione dell’IA nelle imprese è in crescita (fonte Istat): dal 5% nel 2023 al 16,4% nel 2025 tra quelle con almeno 10 addetti. Tuttavia, circa il 60% delle aziende che ha valutato investimenti ha poi rinunciato per mancanza di competenze. Il problema è strutturale. Il sistema produttivo italiano è composto in gran parte da micro e piccole imprese: il 95% ha meno di 10 addetti. In questo contesto, la tecnologia non basta: servono capitale umano e organizzazione. Il divario tra grandi imprese e piccole medie imprese nell’uso delle tecnologie digitali misurato dal Digital Intensity Index (che è l’indicatore di riferimento per monitorare i progressi e le difficoltà riscontrate dalle imprese italiane ed europee nelle 12 attività digitali che contribuiscono alla definizione dell’indicatore) è, almeno per il nostro Paese, cresciuto. La differenza nell’intensità di utilizzo tra grandi imprese e PMI si è ampliata passando da circa 20 punti percentuali nel 2023 a 25 nel 2024, fino a raggiungere i 37 punti percentuali.

Questo rischio si traduce in bassa produttività, il vero limite della crescita italiana. Ma l’IA può diventare una leva straordinaria. In un’economia dove il 70% del PIL deriva dai servizi, può aumentare efficienza e competitività anche per le imprese più piccole – tipicamente imprese di servizi – trasformandole in “multinazionali tascabili”. A una condizione: investire nelle competenze. L’Intelligenza Artificiale non è neutrale. Può ampliare o ridurre le disuguaglianze. Dipende dalla capacità del sistema di accompagnare il cambiamento. Serve una strategia chiara: formazione continua e centralità della persona nei processi produttivi. La vera sfida non è tecnologica. È culturale. E il rischio più grande non è che l’IA sostituisca l’uomo, ma che l’uomo non sia pronto a usarla. Se questo verrà fatto, l’intuito del piccolo imprenditore potrà liberare tutta la sua creatività innovativa, che è poi la base del successo del nostro Made in Italy. Se questo accompagnamento culturale e di formazione verrà realizzato, l’idea imprenditoriale potrà essere competitiva, consentendo alle PMI di tornare a correre.

Fabrizio Antolini

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