Il filosofo e sociologo francese scomparso a 104 anni
Morin, il pensiero comincia dove finisce la certezza
C’è un modo sbagliato di ricordare Edgar Morin, morto a Parigi il 29 maggio, alla vigilia dei suoi 105 anni. È trasformarlo nel santino della complessità, parola che oggi si pronuncia con la stessa devozione vuota con cui un tempo si diceva “dialettica”. Morin merita di meglio. Merita di essere ricordato per ciò che lo ha reso scandaloso e affascinante: la capacità di cambiare idea senza vergognarsene. Si riconosceva nel motto di Niels Bohr secondo cui il contrario di un’affermazione corretta è un’affermazione falsa, ma il contrario di una verità profonda può essere un’altra verità profonda. Raccontava di essere giunto alla complessità per una propria tendenza a riconoscere il vero anche nelle affermazioni più contraddittorie.
Nato Nahoum nel 1921 a Parigi, in una famiglia ebraica sefardita arrivata da Livorno, perse la madre a dieci anni e vide il negozio di calze del padre espropriato durante l’occupazione nazista. Da quella Parigi, Morin attraversa il secolo breve cambiando pelle più volte. Partigiano nella Resistenza, dove adotta il nome di battaglia che porterà per sempre. Comunista convinto dal 1941, espulso dal Partito nel 1951 per aver criticato i processi stalinisti. Definì quella rottura “un dolore d’infanzia, enorme e molto breve”. Da quella ferita nacque Autocritique (1959): non l’autoassoluzione di chi è stato cacciato, ma l’indagine su come un’intelligenza arrivi a mentire a sé stessa per restare fedele a una causa.
Qui sta il punto che gli sopravviverà. Per Morin l’errore non era l’incidente da rimuovere, ma il materiale stesso del pensiero. Aveva sperimentato sulla propria biografia che la certezza assoluta è la premessa del fanatismo e che il dogma è una forma elegante di pigrizia. Lo capì anche guardando il cinema, non da critico ma da antropologo: in Le Cinéma ou l’homme imaginaire (1956) studiò perché ci identifichiamo con un’ombra proiettata su un telo e come la macchina del sogno riveli ciò che siamo. Nel 1960, accanto a Jean Rouch, mise una cinepresa per le strade di Parigi e fermò i passanti con una domanda secca, “Sei felice?” Ne nacque Chronique d’un été, manifesto del cinema-verità, un film che si apriva chiedendosi se, davanti a una macchina da presa, fosse possibile essere sinceri. Da etnografo della provincia francese di Plozévet, dove l’accademia lo bollò come “eretico”, coltivò sempre il diritto di sconfinare.
Sconfinare come metodo
Il “pensiero complesso” che elaborò ne La Méthode, i sei volumi che gli costarono quasi trent’anni di lavoro, tra il 1977 e il 2004, nasce esattamente da lì. Complessità viene dal latino complexus: ciò che è tessuto insieme, ma anche, nella radice di complecti, l’abbraccio. L’opposto di ciò che intendiamo oggi, quando chiamiamo “complesso” un mondo in cui è impossibile trovare la trama e l’ordito di ciò che accade. Per Morin era l’esatto contrario della resa: un metodo per ritrovare ciò che il pensiero ordinario lascia sfilacciato. Tre principi, in sostanza. Far dialogare gli opposti senza forzarli in una sintesi che ne uccida uno. L’ordine e il disordine, la vita e la morte si chiamano a vicenda. Riconoscere che gli effetti sono a loro volta produttori di ciò che li ha generati, come noi siamo prodotti della società che insieme produciamo. E vedere che la parte contiene il tutto: ogni cellula porta in sé l’intero codice dell’organismo, ogni io porta in sé un noi.
Il suo bersaglio era il “pensiero semplificante” ereditato da Cartesio, quello che separa, riduce, isola e così mutila il reale per renderlo maneggevole. Contro la testa “ben piena” invocava, riprendendo Montaigne, la testa “ben fatta”: non chi accumula nozioni, ma chi sa collegarle. Una mente che alla complessità non rinuncia, e la restituisce alla realtà.
Oggi è una lezione che suona quasi insolente. Viviamo in un tempo che ha più informazione che comprensione, più opinioni che metodo, più connessioni digitali che legami autentici. Costruiamo macchine addestrate a darci la risposta più probabile, mentre Morin passava la vita a difendere il diritto della domanda a restare aperta. La sua complessità non era un invito all’indecisione: era una postura morale che chiede di abitare le contraddizioni invece di amputarle.
L’ho scoperto tardi, Morin. Nei primi anni Duemila mi finì tra le mani I sette saperi necessari all’educazione del futuro. C’è una frase che da allora non mi ha più lasciato: “Esiste in ogni mente la possibilità di mentire a sé stessi, che è fonte permanente di errori e illusioni. L’egocentrismo, il bisogno di autogiustificazione, la tendenza a proiettare sugli altri le cause del male fanno sì che ognuno menta a sé stesso senza individuare la menzogna di cui è purtuttavia l’autore.” Quello che del mondo non ci piace è quasi sempre dentro di noi. È la nostra cecità.
Lo adottai per il mio corso universitario e lo conservai per quasi vent’anni. Quando volevo verificare se l’amore dichiarato per “il” libro fosse autentico, la domanda per la lode era sempre la stessa: “Mi parli della bibliografia!” Pochissimi la leggevano. Anzi, nessuno. Perché una bibliografia non c’era. Al suo posto, una nota bizzarra: “Questo testo di proposta e di riflessione non comprende alcuna bibliografia. L’ampiezza dei Sette saperi rinvia a una bibliografia considerevole che non è possibile ridurre alle dimensioni di questa pubblicazione. (…) Ogni lettore interessato può dunque formarsi il proprio punto di vista con letture da lui stesso scelte.” Fatevela voi una bibliografia personale! Locale, unica e libera. Ho sempre pensato che quel libro ti imponesse una rincorsa: se lo capivi, l’ultima pagina non poteva bastarti e ti spingeva dentro quella nota, dentro la responsabilità di trovare da solo, ma non in solitudine, la strada.
Negli ultimi decenni quel pensiero si fece etica planetaria. Con Terra-Patria (1993), scritto con Anne-Brigitte Kern, Morin diagnosticò con trent’anni di anticipo quella che oggi chiamiamo policrisi: un’umanità tecnicamente unificata e moralmente dispersa, padrona del pianeta ma incapace di riconoscerlo come casa comune. La chiamò agonia, nel senso etimologico di lotta: uno stato in cui i sintomi della morte e quelli della nascita si confondono, un passato che non muore e un futuro che non riesce a nascere. La via d’uscita, per lui, era una sola: prendere coscienza di un’identità terrestre, di una comunità di destino in cui il pericolo non proviene da un nemico esterno, ma è annidato nell’umanità stessa. A questa intuizione legò l’idea di “ecologia dell’azione”: ogni atto, una volta compiuto, sfugge alle intenzioni di chi lo ha voluto, entra in un intreccio di interazioni e può rovesciarsi nel suo contrario. È la ragione più profonda per cui detestava le risposte semplici: chi crede di controllare tutto è già accecato.
Sarebbe ingiusto, però, consegnarlo solo alla teoria. Lo stesso uomo che smontava Cartesio aveva fatto del Festival di poesia di Struga, nell’ex Jugoslavia, una delle scoperte della sua vita, e ne aveva tratto Amore, poesia, saggezza: per lui la poesia non stava nei versi, ma in uno stato di intensità che strappa l’esistenza alla prosa quotidiana, lo stesso fervore che provò davanti alla vita fino all’ultimo. Volle intitolare la sua autobiografia I ricordi mi vengono incontro. Non li inseguiva, li lasciava arrivare. Anche questa è complessità: tenere insieme il rigore del metodo e lo stupore di chi resta innamorato della vita a cento anni.
Non l’ho mai conosciuto, e non avrei saputo cosa dirgli. Forse solo un grazie. Perché l’ho letto e riletto tante volte da pensare che mi abbia spostato il punto da cui guardo le cose, e che la prospettiva che oggi credo mia, ingenuamente, sia in realtà sua: il dubbio, l’orgoglio di cambiare idea, l’amore per questa assurda avventura che chiamiamo umanità.
Ad alcuni Morin sembrò incoerente: comunista e dissidente, scienziato e poeta, sociologo e pedagogista. In realtà rifiutò soltanto di scegliere una sola identità rispetto a tutte le altre. Doveva essere una prigione, per lui, l’idea di farsi definire con una sola parola. Quell’incoerenza apparente era la forma più alta di fedeltà alla complessità del vivere contro la brutalità delle risposte semplici. In un’epoca che premia chi non cambia mai idea, scambiando la rigidità per carattere, Morin ci lascia il sospetto che il pensiero adulto cominci dove finisce la certezza.
Addio, Maestro. Grazie per avermi fatto sentire meno solo, per avermi abbracciato con la tua semplice complessità e per avermi insegnato ad attendere e ad accogliere l’inatteso.
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