Quella parola non è da archiviare. Va arricchita, certo, ricalibrata alla luce delle sfide del Terzo Millennio, ma non va riposta nell’armadio della storia, come una gloriosa ma ormai inservibile anticaglia.. Quella parola è: socialismo. A sostenerlo, in questa intervista a Il Riformista, è uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra italiani: Massimo L. Salvadori, professore emerito all’Università di Torino. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni e saggi, ricordiamo i più recenti Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi (Donzelli, 2019); Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016 (Einaudi, 2018); Lettera a Matteo Renzi (Donzelli, 2017); Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà (Donzelli, 2016). Democrazie senza democrazia (Laterza, 2011).

Professor Salvadori, in un articolo su “Il Riformista”, che ha aperto un dibattito molto ricco e articolato, Biagio De Giovanni ha sostenuto, in sintesi, che la sinistra potrà avere un futuro solo se saprà inventare nuove vie all’uguaglianza, lontane dal socialismo. Condivide questa affermazione?
Io sono un estimatore dell’intelligenza di Biagio De Giovanni, però in questo caso devo confessare di trovare l’espressione del suo pensiero, nei termini da lei riassunti, molto indeterminata, per non dire decisamente troppo vaga, perché indicare alla sinistra vie possibili senza entrare nel merito, aggiungendo che queste vie possibili e nuove dovrebbero declinarsi in ogni caso lontane dal socialismo, o per meglio dire dalle vie percorse dalla socialdemocrazia, mi sembra che si entri in questo modo nel campo di un astratto che non presenta contenuti. De Giovanni vuole l’eguaglianza, o una maggiore eguaglianza se non vogliamo ripercorrere le vie dell’utopia. Per quanto mi riguarda, io resto convinto che separare la ricerca dell’eguaglianza dai pilastri su cui si è fondata la socialdemocrazia, e cioè il contemperare le istituzioni democratiche di natura liberale, il riformismo politico e sociale mirante ad accrescere le opportunità per ciascuno; il controllo del mercato ad opera di uno Stato energico, capace di sottoporre alle proprie briglie le plutocrazie, mi sembra che, se si guarda a questi principi e valori, ritroviamo, a mio giudizio, i fondamenti del tutto attuali del rapporto tra libertà, democrazia ed eguaglianza. Non vorrei fare un torto a De Giovanni, ma credo legittimo chiederli, in questo interessante e opportuno dibattito aperto da Il Riformista, da quale impulso “nuovista” venga questo appello alla separazione tra socialdemocrazia ed eguaglianza, una eguaglianza che, naturalmente, non può e non deve entrare, questo è il mio pensiero, in collisione con il giusto posto dato all’organizzazione della società e alla valorizzazione delle competenze e di una meritocrazia intesa nel senso giusto, quindi non “tecnocratico”.

Resta il fatto, incontestabile credo, che, guardando in particolare al quadro europeo, le sinistre di matrice e ispirazione socialista e socialdemocratica mostrino difficoltà.
Sappiamo tutti molto bene che di fronte all’offensiva neoliberistica e plutocratica in atto da tempo, le conquiste e le esperienze della socialdemocrazia si trovino in profondo affanno. Un’offensiva alla quale la sinistra non può reagire cercando vie inedite di una nuova libertà e una nuova eguaglianza che confinano con l’indistinto. La mia riflessione in merito si conclude con l’invito a chi pensa di trovare vie nuove verso la libertà e l’eguaglianza, a esplicitare che cosa intende sostituire all’eredità della socialdemocrazia e quale sia un progetto compiuto che da essa prescinde. Mi lasci aggiungere che è evidente come la debolezza della sinistra europea sia in diretto rapporto con il rafforzarsi delle tendenze delle destre populistiche e autoritarie, che hanno in comune la strategia di indebolire, fino a svuotala, l’Unione europea. Resto convinto che la difficile, ma non impossibile, ripresa di ruolo della sinistra europea, non possa che poggiare su due punti: il primo, è un recupero di valori fondanti, che per la sinistra si legano alla lotta per una maggiore equità sociale, e in secondo luogo, la ripresa di un coordinamento sovranazionale anche dei programmi di governo. Non si tratta di “seguire l’onda” e adeguarsi, magari pensando di vincere parlando alla “pancia” dell’opinione pubblica. Se guardiamo al passato, con una visione storico-politica, non credo che i socialisti dovessero per forza cavalcare l’ondata neoliberista. Credo all’opposto che proprio tale scelta moderata, in Europa, abbia portato alla sconfitta, alla mancanza di presa. Innovazione non è una declinazione di moderatismo.

Professor Salvadori, uno dei suoi libri si intitola: “Democrazie senza democrazia”. Una questione di grande attualità soprattutto in questo drammatico presente segnato da una crisi pandemica mondiale. Rinnovare il pensiero e l’azione di una moderna forza socialdemocratica non deve avere anche questo tema come asse fondamentale di ricerca?
Assolutamente sì, perché l’obiettivo costante della migliore socialdemocrazia è stato quello di coniugare democrazia e giustizia sociale. Oggi ci troviamo di fronte a corpose ombre cadute sulla democrazia e sulla giustizia sociale. Se la sinistra sarà capace di contrastare queste ombre, lo deve fare sfuggendo alla tentazione di considerare ormai pallide illusioni i risultati che hanno fatto onore in passato alla sinistra stessa. Tutti noi vogliamo trovare le vie del rinnovamento, che è urgente e necessario, ma occorre non perdere la bussola addentrandosi nelle nebbie di un progressismo che non riesce a darsi un volto.

A proposito di libri. Lei ne ha scritto uno dal titolo: “Lettera a Matteo Renzi”, quando Renzi sembrava avere il vento in poppa ed era leader incontrastato del Partito democratico. Renzi ha fatto uso dei suoi consigli?
Per quanto ne sappia, quei consigli sono finiti nel vento.

Rispondendo a un articolo, sempre nel dibattito aperto da Il Riformista, di Fabrizio Cicchitto, Fausto Bertinotti ha sostenuto che oggi non ha più ragione d’essere la distinzione tra “riformisti” e rivoluzionari”.
Vede, la distinzione tra quello che in passato si definiva da un lato “riformista” e dall’altro “rivoluzionario”, è finita con il crollo del muro di Berlino. Quella che non è affatto finita è la distinzione fra un riformismo debole ed inconcludente e un riformismo incisivo che cambia in senso progressivo gli equilibri politici ed economici che oppongo chi tiene alta la bandiera di una maggiore libertà e di una maggiore giustizia sociale e chi questa bandiera l’ammaina per non dire che vuole bruciarla.

Una delle bandiere che, fuori dal campo della sinistra, si vorrebbe “bruciare”, è quella della resistenza e della liberazione dal nazifascismo. E’ ancora fresca la polemica scatenata dalla proposta, avanzata da alcuni dirigenti di destra come Giorgia Meloni e La Russa, di dedicare il 25 Aprile ai caduti nella guerra al Coronavirus.
Qui siamo proprio sul piano della stupidità che, però, indica un atteggiamento in realtà finalizzato a “svirilizzare” il significato della Liberazione e della Resistenza. Quindi è l’espressione di una stupidità che nasconde un progetto di cancellazione di ciò che la lotta di liberazione è stata, e contemporaneamente di far calare una coltre di oblio sulla repubblica sociale italiana e ciò che di perverso ha significato nella nostra storia. Esiste un rapporto preciso tra la volontà di ridicolizzare il significato della Liberazione e il ruolo che la Costituzione repubblicana gioca nella nostra società. Guai a sottovalutarne la pericolosità.