Nel dibattito sul socialismo si confrontano due idee: quella di Gianfranco Polillo e quella di Giuliano Cazzola. Riportiamo qui di seguito il botta e risposta.

Caro Giuliano,
“il re è morto, lunga vita al re”. É l’ambivalenza che colgo nella tua affermazione sulla morte del “socialismo”. Che, tuttavia, risuscita nella parte finale del tuo intervento. «Il socialismo del XXI secolo – affermi – (inteso come istanza di progresso e di modernizzazione, non come resurrezione ideologica) sta dalla parte della società aperta, con quanti ne condividono i valori». Personalmente non ho dubbi che sia così.

Quegli stessi valori non sono altro che la traslazione di più antichi precetti. Dall’internazionalismo, in parallelo con le altre forme di ecumenismo, alla lotta contro le diverse forme di imperialismo, comunque camuffate. Naturalmente più un anelito che non un precetto immediato. Viste le gerarchie prodotte dalla storia, che troppo spesso hanno impedito a quei principi di giustizia sociale e di libertà di potersi concretamente affermare. Te la prendi molto con i sovranisti di oggi. E fai bene. Ma quelle tesi, specie quando hanno avuto un riscontro così elevato nella pubblica opinione, devono essere oggetto di riflessione. Capire, in altre parole, quale sia stata la spinta che ha alimentato loro successo. Si vedrà allora che dietro quella reazione, c’è stata, principalmente, una cattiva azione.

Vale a dire il sovranismo di altri Paesi, che hanno approfittato della loro potenza (politica, economica o finanziaria) per imporre decisioni e regole poste a presidio del proprio e più immediato tornaconto. Per preservare quelle gerarchie di cui si diceva in precedenza, nascondendo gli aspetti più brutali della loro real politique, nelle auliche parole di una solidarietà più declamata che praticata. L’errore dei sovranisti nostrani è ritenere che quest’ordine possa essere facilmente rovesciato con un atto di volontà. Che rompa un più antico sodalizio. Utilizzando i vecchi schemi del socialismo del XX secolo – come vedi l’esperienza qualcosa vale ancora – la situazione riflette, in qualche modo, la critica di Lenin ai laburisti inglesi.

La denuncia di un’incapacità di andare oltre le barriere di una collocazione subalterna. Qual’era quella della classe operaia inglese rispetto alla propria borghesia. Operazione, ovviamente, fallimentare. Ma altrettanta errata sarebbe l’ipotesi di negare il fondamento oggettivo di un malessere reale. Che trova il suo punto di coagulo nel dire basta. In difesa dei propri legittimi interessi nazionale. Che sono ovviamente cosa diversa dal sovranismo. Nonostante l’evidente ambiguità che questo accostamento può comportare. Ma che è compito di quel socialismo 2.0 dipanare. Ricordando se necessario i fatti di Sigonella. Il ponte che deve unire presente e passato.

Si vedrà, allora, che l’obiettivo non è alimentare il conflitto tra Nazioni non solo alleate, ma unite in un comune progetto sovranazionale. Né quello di cercare sponde con Paesi lontani, come la Russia di Putin o la Cina comunista. Ma ricordare alcune determinanti di quella tradizione politica. Siamo stati abituati a distinguere tra egemonia, di cui parlava Antonio Gramsci, e supremazia, di cui ha scritto lo storico inglese Brendam Simms a proposito della Germania. Concetti – i primi – ripresi, seppure in chiave diversa, da Kindleberger, economista liberale americano, nella sua critica al comportamento degli Usa nella gestione della crisi del 1929. Il Paese leader (uso le categorie di quest’ultimo) nell’esercizio delle sue funzioni, deve contemperare oneri ed onori. Non può avere tutto dalla sua parte, senza concedere alcunché. Poiché quest’atteggiamento, alla lunga, finisce per alimentare le forze del male, che hanno in grembo il rischio della reciproca distruzione.

C’è forse qualche assonanza con l’attuale situazione in Europa? La coincidenza non è casuale. Lo dimostra il lucido intervento di Emmanuel Macron, rivolto ai Paesi del Nord, che fanno da trincea alle posizioni tedesche. Al punto in cui si è giunti – questo il senso più profondo delle sue preoccupazioni – non si sta discutendo di qualche decimale, ma se il progetto europeo ha, ancora, un senso. O se non sarà travolto dal corto circuito tra i diversi e contrapposti sovranismi. Giusto, quindi, stare dalla parte – come hai scritto – della “società aperta”. Ma ciò è possibile solo se anche (ma sarebbe meglio dire soprattutto) gli altri cedono le armi. Altrimenti il corto circuito rischia inevitabilmente di prodursi.

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Caro Gianfranco,
ti ringrazio per l’attenzione che hai dedicato al mio intervento nel dibattito sul socialismo, pubblicato sabato su questo giornale. Le tue argomentazioni sono come sempre colte e puntuali, rivelatrici di una formazione “di una volta”, quando lo studio era un requisito necessario per occuparsi di politica. Io non ho mai dubitato che fra di noi ci sia ancora un’intesa sui “fondamentali”, come c’è stata per decenni. Conservo e consulto le slides della relazione che tu svolgesti per Riformismo e Libertà, che non lasciavano dubbi sull’appartenenza dell’Italia alla Ue e al club della moneta unica. Tutto ciò premesso passo agli aspetti che non mi convincono (se ben ricordo “convincere” è il verbo usato da Ingrao in un famoso Congresso del Pci).

1) Io non trovo nulla, nella politica della Ue, in contrasto con i nostri interessi nazionali. Giudico, invece, irresponsabile far circolare una caricatura del Mes e pretendere l’adozione degli eurobond (che comunque è un’operazione complessa) senza tener conto che anche gli altri Paesi hanno degli “interessi nazionali” da difendere e devono fare i conti con opinioni pubbliche sobillate dagli alleati dei nostri sovranpopulisti. Certo l’Unione ha una struttura complessa ed un processo decisionale condizionato dagli Stati “sovrani”.

Per questo io credo necessario che vada avanti – in un quadro di riforme istituzionali – un processo più stringente di integrazione e di cessione di sovranità. Se questo non è possibile occorre far passare in tutti i modi la nottata. Non mi sembra corretto chiedere solidarietà per fare ciò che ci pare e piace. Per quanto mi riguarda ho molta fiducia nel semestre della presidenza tedesca, che inizia il 1° luglio.

2) Mi trovo completamente in disaccordo quando tu affermi a proposito del “sovranismo” che «quelle tesi, specie quando hanno avuto un riscontro così elevato nella pubblica opinione, devono essere oggetto di riflessione. Capire, in altre parole, quale sia stata la spinta che ha alimentato il loro successo. Si vedrà allora che dietro quella reazione, c’è stata, principalmente, una cattiva azione. Vale a dire il sovranismo di altri Paesi, che hanno approfittato della loro potenza (politica, economica o finanziaria) per imporre decisioni e regole poste a presidio del proprio e più immediato tornaconto». Mi pare d’aver chiarito di non vedere alcun nesso tra il “malessere” e “l’immediato tornaconto” di altri Paesi. Ma il problema è un altro: ciò che è reale – con buona pace del vecchio Hegel – non è sempre razionale. In questi ultimi anni di crisi non ha vinto un malessere diffuso, ma la sua rappresentazione.

C’è una frase di Hitler molto significativa, a tal proposito: «I nostri problemi politici apparivano complessi. Il popolo tedesco non sapeva come affrontarli. Io invece fui in grado di ridurli ai minimi termini. Le masse capirono e mi seguirono». Anch’io cito Emmanuel Macron nel suo discorso alla Sorbona: «Nazionalismo, identitarismo, protezionismo, sovranismo. Queste idee – ha detto Macron – hanno acceso bracieri dove l’Europa avrebbe potuto perire; ed eccole di nuovo apparire con degli abiti nuovi proprio in questi ultimi giorni. Si dicono legittime perché sfruttano con cinismo la paura dei popoli. Troppo a lungo abbiamo ignorato la loro potenza. Troppo a lungo abbiamo creduto con certezza che il passato non sarebbe tornato, che la lezione fosse acquisita».

In Italia è stata la politica a dare forza all’antipolitica, a rincorrere il populismo con la speranza di spartirsi le briciole di un consenso fatto di menzogne, luoghi comuni, falsificazioni, col sostegno di una campagna mediatica forsennata e monocorde, alla spasmodica ricerca di ciò che voleva sentire e leggere l’opinione pubblica. «Trentaquattro partiti! I lavoratori hanno il loro partito. Ma non uno solo. Sarebbe troppo poco. Ne hanno tre, quattro». Ci fermiamo qui con la citazione di «uno dei numeri preferiti da Hitler nei comizi». Il sarcasmo provocava le risate dei presenti, i quali si scompisciavano in applausi quando l’oratore urlava. «Il mio obiettivo è spazzare via questi trentaquattro partiti dalla Germania».

Poi aveva alimentato il qualunquismo, il ricorso ai linciaggi mediatici. «Erano stati i giornali – scrive Sigmund Ginzberg nel suo Sindrome 33 – a fomentare anno dopo anno l’avversione alla politica e ai politici, il disgusto per la democrazia parlamentare. Era stata la stampa – e non solo la stampa di destra – a inventare la leggenda della “pugnalata alla schiena”, ai danni di una Germania che avrebbe potuto vincere la Grande Guerra se non fosse stata tradita dall’interno, dagli ebrei in combutta con i loro correligionari dalla parte opposta del fronte… dalla finanza internazionale a loro volta tutti ebrei o in combutta con gli ebrei». Ecco perché io non ho scuse da chiedere. È solo paternalismo quello che ci conduce ad addossarci la responsabilità delle derive delle classi lavoratrici (e delle periferie) verso le lusinghe del populismo.