L’Ungheria è casa nostra. Un Paese dell’Europa che parla dell’Europa e all’Europa, parte della sua cultura più profonda, della sua civiltà. La Mitteleuropa sta dentro la sua cultura e ne attraversa le tante altre che la compongono. L’Ungheria ha una storia da raccontare nel lungo e tormentato cammino dei popoli per la conquista della democrazia. Nel dopoguerra, lì si è consumato un dramma che ha segnato le vicende politiche del continente e del movimento operaio. Un anno che Pietro Ingrao ci ha sempre ricordato come “l’indimenticabile ‘56”.

E ora? Ora lì, in un Paese dell’Europa è avvenuto, come sappiamo, un colpo di Stato, un golpe bianco. L’ha compiuto Viktor Orbán, il primo ministro in carica dal 2010. Orbán è un leader politico di lungo corso che già aveva teorizzato la necessità di superare la democrazia rappresentativa, costruendo un regime di democrazia illiberale e, nel corso di ben tre legislature, ha costruito il sistema autoritario con una serie di provvedimenti sulla legge elettorale, sulla limitazione delle libertà di stampa, sempre restando all’interno del formale rispetto delle leggi e sempre con la ratifica da parte del Parlamento delle sue decisioni. Così pure è accaduto persino per l’approvazione della legge che gli concede i pieni poteri per tutta la durata dell’emergenza che, peraltro, non ha un termine prefissato.

Vanno considerate in tutte le loro pericolosità sia la gravità della rottura operata con gli assetti democratici di un Paese, sia l’insidiosità di una rottura maturata su una successione di parziali ma sistematiche mutilazioni dei diritti dei cittadini, delle opposizioni politiche e della legalità. Non ci troviamo di fronte a una rottura improvvisa e drammatica, come quelle che hanno portato le terribili dittature militari, ma a una progressione ininterrotta di misure illiberali sempre sotto la copertura del Parlamento. Vengono così in rilievo due questioni più generali da non dimenticare in nessuna parte dell’Europa di oggi: la prima riguarda la pericolosità inedita dell’accumularsi di materiali a-democratici e neo-autoritari nelle nostre democrazie malate; la seconda attiene alla necessità di disvelare in tutta la loro radicale diversità la natura di un Parlamento che decide da quella di un Parlamento che ratifica.

Chi ama i ricorsi a momenti storici diversi – che però possono rivelarsi fuorvianti – ricorda come sia Hitler che Mussolini istaurarono le loro dittature passando per il Parlamento. Non è questo, tuttavia, il caso ungherese. Si può dire grossolanamente che ora non siamo di fronte neppure, con il golpe bianco di Orbán, all’abbattimento della democrazia e alla successiva nascita drammatica e violenta sulle sue rovine della dittatura. Bensì siamo di fronte al superamento della democrazia che regredisce, sia processualmente che per duri strappi operati al suo stesso interno, ad un nuovo sistema autoritario, realizzato in nome dell’efficacia della decisione e della superiorità del decisionismo. Così, il nuovo regime autoritario, come quello ungherese, può vantare più di un punto di contatto con i sistemi che ancora si considerano democratici in Europa. Il che ovviamente non cancella le differenze di fondo esistenti.

Tra queste pur diverse realtà vi è la necessità di denunciare in tutta la sua violenta gravità il golpe bianco di Orbán, ma forse ci aiuta a capire perché in tutta Europa questo rifiuto e questa denuncia siano così flebili e così ininfluenti.
È vero che 13 Paesi europei hanno condannato la decisione di Orbán e che anche dentro la rappresentanza politica diffusa è stata la presa di distanza dal golpe. Ma è anche più vero che non accade alcunché di significativo nella politica e nell’istituzione europea. Il principale partito del Parlamento europeo, il partito popolare europeo, di cui Orbán è uno dei leader, non fa nulla. L’Europa politica e istituzionale, pure. Chi batte un colpo è un’eccezione.

Si può continuare a denunciare l’inconsistenza degli uni come degli altri. Ho l’impressione, però, che ci sia qualcosa di più profondo. Se in Ungheria la democrazia è morta, per via del colpo di Stato di Orbán, in tutta l’Europa essa è malata, molto malata. Qui sta, io credo, la ragione di fondo dell’inefficacia della debolezza della risposta al caso ungherese. La democrazia “l’è malada”, come recitava un’antica canzone del movimento operario riferendosi all’Italia, anche se nel nostro caso non si vede chi sia “il dutur”. Le modalità della risposta – sottolineo le modalità e non i contenuti che possono essere discussi, ma è un’altra questione – hanno reso ancor più la democrazia una variabile dipendente dal primato ora della sicurezza, ora dell’efficacia, ora di entrambe.

All’interno di questo percorso emerge tutta la problematica dello Stato d’eccezione, ma si tratta di una problematica nascosta da questo stesso potere esecutivo reale che in esso si afferma processualmente di passo in passo, cambiando i suoi confini, i soggetti protagonisti, le sue stesse prerogative. Il Parlamento ratifica quando e come è chiamato a farlo dall’esecutivo. Lo fa a ranghi ridotti, scivolato anch’esso nell’emergenza. L’emergenza tutto divora, riducendo il dibattito politico a governabilità contro propaganda e separando sistematicamente l’immediatezza della cura dalla prospettiva della rinascita. È bandita la domanda su quale società si voglia costruire, dopo che il Coronavirus, oltre alle tragedie umane, ha messo in luce l’insostenibilità del modello di accumulazione di sviluppo in cui esso si è manifestato.