Le richieste del governo italiano al prossimo Consiglio Europeo di una “risposta europea adeguata” attraverso l’emissione di eurobond sono state sinora ostacolate soprattutto dall’Olanda. Un piccolo Paese del Nord Europa che, sebbene sia stato, assieme all’Italia, la Germania, la Francia, Il Belgio ed il Lussemburgo, tra gli Stati fondatori della Comunità Europea, da cui è poi nata l’Ue, cui molti italiani addebitano un approccio apparentemente ostile ai loro interessi.

Alcuni hanno cominciato a demonizzare la patria dei tulipani. A volte utilizzando stereotipi e luoghi comuni che non sono mai simpatici. E non solo quando vengono utilizzati nei confronti degli italiani. E che non fanno mai bene a nessuno. Soprattutto durante i negoziati.

Ma perché l’Olanda, o almeno i suoi sovranisti e nazionalisti, si oppongono alle richieste dell’Italia? È mancanza di solidarietà europea? E sono davvero i Paesi Bassi quel pericoloso paradiso fiscale in piena Europa che molti denunciano?
Lo abbiamo chiesto ad uno dei maggiori esperti di diritto fiscale europeo. Pierpaolo Rossi, generale della Guardia di Finanza in congedo, Vicepresidente della Sezione di Bruxelles-Unione Europea dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia (ANFI) e avvocato cassazionista.

Perché l’Olanda si oppone alla solidarietà invocata dall’Italia e altri Paesi del Sud Europa?
In un interrogatorio, questa domanda sarebbe inammissibile perché ritenuta suggestiva. Rispondere presuppone che l’Olanda non sia solidale mentre l’Italia lo è. La realtà è che nelle relazioni tra Stati il principio di condotta non è quello della solidarietà ma quello della concorrenza. I trattati si fanno per ragioni di reciproca convenienza, non per solidarietà. La convenienza è quella che permette di ottenere il mandato popolare a governare e quindi vincola i governanti. Sono i Trattati UE che per primi in Europa hanno rivoluzionato quell’assunto, sviluppando una politica di coesione a favore delle regioni (non Stati, questa è stata l’astuzia) che registrano, in base ad un numero di criteri obiettivi, tassi di sviluppo inferiori alla media. Tra queste aree ve ne sono molte collocate in Italia. L’Italia ha promosso e promuove la politica di coesione nell’ambito di quanto stabilito dai trattati alla stessa stregua dell’Olanda. E i due Paesi sono contribuenti netti nei confronti del bilancio UE. Quindi ambedue sono nello stesso modo solidali. Il limite della loro solidarietà è però nella dimensione del bilancio, che è pari al 1% dei rispettivi PIL. In termini quantitativi assoluti l’Italia è sì più generosa dell’Olanda (il PIL è nettamente maggiore). Ma in termini percentuali e qualitativi i due Paesi sono ambedue virtuosi nei confini del bilancio UE.
Quello a cui la domanda allude è una diversa solidarietà. Una solidarietà ben più importante dell’1% del PIL (si parla del 5-10% del PIL UE) e che è ancora da realizzare perché fuori dai trattati. Fuori da quello spazio però, si torna alla logica mercantilistica e quindi al do ut des. In una situazione nella quale il PIL italiano sembra il più colpito, si comprende forse perché l’Olanda si mostri cauta.  

Ma l’Italia non sta certo chiedendo all’Olanda di finanziare lo sviluppo dell’Italia. L’idea è piuttosto emettere sul mercato strumenti finanziari garantiti da tutta la UE per permettere di fare nuovi investimenti laddove ce n’è bisogno. I soldi li metterebbero gli investitori privati e i benefici ci sarebbero per tutti.
In questo posso dare pienamente ragione. L’utilizzo della leva finanziaria è quello a cui ricorrono tutti gli Stati sovrani e non c’è nulla di male, specialmente in situazioni di crisi come quella che stiamo vivendo. Ma occorre spiegare e convincere le opinioni pubbliche nazionali per ottenere il necessario consenso politico. Quindi bene hanno fatto esponenti italiani a rivolgersi direttamente alle opinioni pubbliche. Peraltro bisognerebbe spiegare che l’ingentissimo risparmio privato italiano acquisterebbe volontariamente gran parte degli strumenti finanziari UE emessi, perché garantiti dalla UE. I contribuenti olandesi non sarebbero costretti ad acquistare gli strumenti se non li ritengono convenienti. In un certo senso l’Italia si salverebbe in gran parte da sola ed è questo che potrebbe convincere gli olandesi a mio giudizio. Quindi bene fa l’Italia a paventare la possibilità di ‘fare da sola’. Il problema sta nel fatto che l’amministrazione pubblica italiana è poco credibile perché, salvo sacche di eccellenza come la diplomazia, la Banca d’Italia e la Guardia di Finanza, ha dato prova di cronica e straordinaria incompetenza ed inefficienza. Nel caso non riuscissimo a convincere gli olandesi, ci sono a mio giudizio capitali privati, forze e competenze in Italia in grado di istaurare un nuovo patto fondante coi cittadini e mettere in moto un ciclo virtuoso che ci farà tornare polo di attrazione anche dei capitali esteri.

Cosa fa la differenza tra Italia e Olanda in materia fiscale?
Tutto. A partire dal diritto societario. L’Olanda accoglie il principio di base secondo il quale una società acquista soggettività fiscale e quindi diviene fiscalmente domiciliata in Olanda per il semplice fatto di essere ivi registrata ed indipendentemente da dove l’attività d’impresa, il controllo, la direzione la proprietà è stabilita. Il trionfo della forma sulla sostanza economica, che si traduce in oltre 15 mila scatole vuote censite dall’ultima analisi di Tax Justice Network, una rete di esperti fiscali che ogni anno redige una classifica delle maggiori giurisdizioni segrete nel mondo. Per attrarre le multinazionali, l’Olanda si offre come paese di transito da e verso i paradisi fiscali, grazie alla grande quantità di accordi contro la doppia imposizione fiscale stabiliti anche con dei paradisi fiscali. Quando le royalties e interessi vengono pagati verso società associate stabilite nei paradisi le autorità olandesi non applicano ritenute. I dividendi ricevuti da controllate in paradisi fiscali sono pure generalmente esenti. L’economia è fondata sull’industria conduit. Certo adesso l’UE si sta dotando di meccanismi anti-abuso, ma c’è ancora troppa poca uniformità di attuazione e la possibilità di atteggiamenti tolleranti resta presente.

Ha ragione chi, in Italia, dice che l’Olanda è un Paradiso fiscale in Europa?
L’espressione “paradiso fiscale” non è corretta in quanto paradiso fiscale è generalmente un Paese che oltre a non tassare o tassare molto poco rifiuta di scambiare informazioni. In questo l’Olanda ha capito che rifiutare di scambiare informazioni la condannerebbe all’emarginazione. Certo l’Olanda è estremamente attrattiva come giurisdizione fiscale per le multinazionali ma lo fa senza formalmente essere un paradiso, mentendo una facciata di rigore e cooperazione.  Certo nei fatti le multinazionali ivi stabilite sono “coccolate” consentendogli di porre in essere schemi di pianificazione fiscale che in Italia e altri paesi non sarebbero ammessi, ma fa parte dell’autonomia amministrativa olandese.
Al contrario dell’Italia, l’Olanda ha un’amministrazione pubblica competente e straordinariamente efficiente L’Olanda da tempo percepisce il ruolo pubblico a sostengono dell’economia privata come sostegno alle proprie aziende ed agli investimenti esteri. Il fisco è il più potente degli strumenti a sua disposizione. Il più potente perché ha una capacità di fuoco (per utilizzare una recente espressione del premier Conte) potenzialmente illimitata. Gli sconti fiscali che l’Olanda può offrire corrispondono alla somma dei gettiti nazionali che le multinazionali riescono ad eludere stabilendosi in quel Paese e trasferendo investimenti, attività, capitali che sono mobili in Europa dagli altri Stati membri, compresi l’Italia. L’Ue ha uno strumento potentissimo per porre freno a questo, nel controllo degli aiuti sotto forma fiscale che gli Stati concedono alle multinazionali per convincerle ad espatriare per stabilirsi in cambio di regimi fiscali di vantaggio.
Il Commissario Monti durante il suo mandato alla testa dell’Antitrust europeo promosse con considerevole successo la politica di contenimento degli aiuti fiscali anche nei confronti dell’Olanda. Il suo successore, l’olandese Kroes preferì prendere di mira invece le cooperative ed il terzo settore, colpevoli di erodere spazi di mercato alle società lucrative. Dopo Monti, l’azione della Commissione contro gli aiuti fiscali perse di autorevolezza, efficienza e sistematicità. Lo strumento di controllo degli aiuti fiscali resta oggi fortemente sottoutilizzato in quanto la Vestager agisce caso per caso contro singole multinazionali anziché affrontare direttamente gli Stati membri che sono più aggressivi nella concorrenza fiscale sleale. Ma la colpa è anche degli altri Stati membri, che sono timidi se non conniventi nel non denunziare certe politiche fiscali nazionali dannose, come è loro diritto in quanto parti lese. Una strategia che l’Italia dovrebbe rivedere nel futuro.