«Nell’ultimo mese l’immagine che l’Europa ha dato di sé è di autodistruzione e di follia. Siamo sull’orlo del baratro, ma molti dei leader europei sembrano non accorgersene». A sostenerlo è una delle più autorevoli giornaliste e saggiste francesi: Marcelle Padovani, storica corrispondente in Italia del Nouvel Observateur.

L’Europa al tempo del Coronavirus. Quale immagine sta dando di sé?
Una immagine di autodistruzione e anche di follia. Pensiamo a quel che è successo in Gran Bretagna, con un premier, Boris Johnson, che prima minimizza il pericolo, poi si becca la malattia e successivamente si allinea su posizioni moderate. Qualcuno malignamente potrebbe dire che non ci sarebbe potuto attendere altro da chi ha cavalcato la Brexit… Solo che l’allarme scatta quando a essere “contagiata” dal virus “antieuropeista” è la persona che meno te l’aspetti e che, anzi, per lungo tempo è stata vista come la paladina dell’Europa…”.

A chi si riferisce?
Alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Non si tratta di alimentare vecchi pregiudizi anti-tedeschi, ma certo è che le ultime posizioni assunte dalla Merkel non vanno certo nel rafforzamento di una Europa solidale e compatta nell’affrontare una crisi così drammatica e pervasiva. L’unico che si comporta bene, a mio avviso, è il primo ministro spagnolo, Sanchez. Credo che la cosa si spieghi anche col fatto che in Spagna c’è uno Stato che esiste e che permette a chi ha responsabilità di guidare il Paese di poter agire, cosa che non è comune a molti altri Stati europei. Ma per restare alla metafora della “follia”, abbiamo piccoli Paesi “pazzi”, come l’Ungheria, la Polonia, l’Austria, anche se con alti e bassi, persino l’Olanda che pensavamo potesse entrare a far parte di questo poco nobile consesso.

E l’Italia? Un Paese che lei conosce benissimo…
Un mese fa ho scritto un pezzo lunghissimo per il magazine di Nouvel Obs, dal titolo Le laboratoire italien, dove cercavo di raccontare quello che mi aveva sorpreso, in positivo, vale a dire la straordinaria autodisciplina degli italiani. Il “laboratorio” è stato anche un esecutivo capace di prendere decisioni di interesse generale. Parlando con varie personalità italiane, provenienti da mondi professionali diversi e da diverse ispirazioni culturali e politiche, è emersa l’immagine degli italiani che nei momenti più difficili sanno dare il meglio di loro stessi.

Tutto bene, dunque?
Beh, non è proprio così. Un mese dopo da quella pubblicazione, vedo il capo del governo che si lascia andare alla polemica, in un contesto istituzionale e non, come sarebbe stato del tutto lecito, in una intervista, contro i due leader della destra più pericolosa, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, facendo loro un regalo insperato. In ultima analisi, si può giungere alla conclusione che il “laboratorio italiano” di fronte alle grandi emergenze può dare il meglio e il peggio di sé.

E la sua Francia?
Emmanuel Macron ha un capitale di popolarità molto basso, attorno al 30%. Ieri sera (lunedì per chi legge, ndr) ha fatto il suo quarto discorso presidenziale dall’inizio della crisi sanitaria. Devo dire che pur non essendo una sua estimatrice, quel discorso mi ha colpito positivamente. Lui che era un uomo bersagliato dai “gilet gialli” e dai lavoratori della sanità e della scuola, ha fatto un discorso di grande umiltà, pieno di volontà di capire, il contrario della sua solita arroganza da tecnocrate. In momenti così difficili come quelli che stiamo vivendo, un leader politico, uno statista, deve mostrare una grande capacità di ascolto e di empatia con l’opinione pubblica. In quel discorso, Macron ha annunciato la prima vera misura intelligente: la riapertura delle scuole l’11 maggio, che rappresenta un atto di fiducia nel futuro e, soprattutto, un rifiuto delle discriminazioni tra gli alunni che hanno un computer e possono seguire le video-lezioni, e quelli che non possono. Mi lasci aggiungere che sempre Macron è stato cooperativo e solidale con l’Italia nella trattativa con Bruxelles sui Coronabonds. Vedremo se manterrà questo atteggiamento il 23 aprile al Consiglio d’Europa.

La “guerra” al virus non dovrebbe portare alla conclusione che la sanità è un fondamentale, vitale bene comune?
Assolutamente sì. La sanità è stata lasciata nelle mani non solo del mercato ma anche delle mafie che spesso, privati e mafia, hanno agito di comune accordo per spolpare, sfruttare, svuotare questo settore, con un giro di affari miliardario. Sulla salute ci vorrebbe una “nazionalizzazione europea”. Ma le resistenze sono fortissime, e tenderanno ad esserle ancora di più oggi, perché c’è chi pensa ed opera per trarre profitto da questa emergenza planetaria.

In questi tempi di pandemia, non c’è il rischio che vada in quarantena la democrazia?
Siamo sempre sull’orlo del baratro, perché il pericolo è sempre in agguato. C’è però da dire che la storia insegna che dal secondo dopoguerra ad oggi, c’è sempre stata, per fortuna, una reazione positiva dell’Europa ai momenti di maggiore crisi. Finora gli antidemocratici in definitiva sono stati sconfitti. Non dico che si siano dimostrati delle tigri di carta, ma l’Europa non è stata travolta da un’ondata populista. Semmai, è la nostra debolezza che fa la loro forza, perché in sé non ne hanno.

Da più parti si sente ripetere che nulla sarà più come prima dopo il “flagello” del Covid-19. Messa in positivo, cosa potrebbe o dovrebbe cambiare in meglio?
Mi auguro che la scoperta dell’ecologia, della natura, del rispetto della terra. Emerga con forza da questa crisi, perché ci rendiamo tutti conto che si vive meglio senza inquinamento, senza stress lavorativo e una corsa sfrenata al profitto.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.