«In questa situazione stiamo: nelle mani di Putin, Erdogan, Assad, milizie vari e altri protagonisti, non evidenti ma che sappiamo esistere, che indirizzano la guerra in Siria, perché anche una eventuale safe zone su Idlib necessita di un accordo di ferro sempre degli stessi: Putin, Erdogan, Assad e milizie varie con i loro sponsor esterni, tanto per non fare la tragica fine di Srebrenica». A sostenerlo a Il Riformista è Emma Bonino, già ministra degli Esteri e Commissaria europea, leader storica dei Radicali e oggi senatrice di +Europa.

Presi tra due fuochi, tra lacrimogeni e idranti: è la condizione in cui versano i 15.000 esseri umani bloccati al confine tra Grecia e Turchia. I rifugiati sono la nuova arma del Millennio?
In qualche modo lo sono sempre stati. Ricordiamo, ad esempio, i campi della crisi dei Grandi Laghi, la dinamica è la stessa. O pensiamo ai kosovari, oltre un milione, che Milosevic espulse con la forza dal Kosovo verso l’Albania. Ieri come oggi sono strumenti di disegni politici. Nel nostro piccolo, come Italia, abbiamo tenuto bloccati per giorni e giorni centinaia di migranti, salvati persino dalla nostra Marina militare o dalla Guardia costiera, per far pressione sull’Europa. Erdogan ha usato altrettanto l’arma delle persone, le più fragili peraltro. È così evidente l’uso politico che questa moltitudine sofferente e disperata è stata indirizzata verso il confine greco. E lì è rimasta intrappolata. Ma se si sale di qualche chilometro, alla frontiera con la Bulgaria non c’è un’anima. Questa è la situazione.

Perché il presidente turco fa questa forzatura?
A mio avviso, e per quel che ne so, Erdogan si trova oggi con le spalle al muro e in grandissima difficoltà. Si sta agitando, incontrando tutti – la Nato, Putin, stasera (ieri per chi legge, ndr) si presenta a Bruxelles – per cercare di capire come uscire da questo cul de sac in cui si è infilato. È evidente che non può vincere militarmente in Siria, né può permettersi di tenere aperti due fronti di guerra: uno la Siria, l’altro la Libia. Non mi soffermo sulle condizioni economiche disperate in cui versa la Turchia. Sul piano militare, una delle fragilità di Erdogan, non è solo il problema tecnologico, della qualità e quantità degli armamenti a disposizione: è che avendo decapitato, per il colpo di Stato gulenista, tutti i vertici e i sotto vertici delle forze armate, si trova ora con un comparto militare molto fragilizzato.

Ma se Erdogan è in queste condizioni di debolezza, perché l’Europa sembra esserne subalterna?
Perché, piaccia o non piaccia, abbiamo appaltato la soluzione di un problema di 3,5 milioni/4,5 milioni di migranti, profughi, rifugiati, a Erdogan che adesso si trova, da questo punto di vista, con il coltello dalla parte del manico. Tanto è vero che i 15.000 bloccati in Grecia non li vuole prendere nessuno. Teniamo peraltro conto che quanti si trovano in tali condizioni, sono quelli di più vecchia data: sono afghani, pachistani, iracheni, curdi che già stavano nei campi di raccolta.

In questo scenario di emergenza, cosa dovrebbe fare, a suo avviso, l’Europa?
Questa emergenza ha radici e motivazioni antiche e anche più recenti. Non c’è qualcuno che ha in mano la bacchetta magica, questo è evidente. Quello che possiamo sperare e per cui spingere, è che la tregua Putin-Erdogan regga, per non doverci trovare di fronte a una nuova ondata di disperati che scappano da Idlib. Anche perché Idlib è una sacca molto più complicata delle altre, e questo perché sono stati spinti verso quell’area i terroristi rimasti – che siano ceceni, dell’Isis o di al-Qaeda – che si sono mischiati con la popolazione civile. Se si mettono in marcia, è una massa di persone molto composita, con molti elementi non esattamente “profughi”. Sperando che la tregua regga, il che non è affatto scontato, rimane il fatto che gli Stati dell’Europa hanno come loro priorità assoluta che Erdogan si tenga questi 4 milioni di rifugiati, anche quelli che provengono da Idlib se la tregua non dovesse reggere. In questa situazione stiamo: nelle mani di Putin, Erdogan, Assad, milizie varie con i loro sponsor esterni, vedi l’Iran, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti etc… che indirizzano la guerra in Siria, perché anche una eventuale safe zone su Idlib necessita di un accordo di ferro tra questi stessi soggetti, tanto per non fare la fine di Srebrenica.

In questi giorni si è detto e scritto che l’Europa muore a Lesbo…
Io questa l’ho già sentita, quando agli inizi degli anni ’90 si diceva e scriveva: l’Europa muore a Sarajevo, che era un disastro umanitario scatenato da conflitti politici e militari. Da allora, niente è cambiato. Gli Stati si sono tenuti sempre più aggressivamente la politica estera, la politica di difesa e di sicurezza, e siamo sempre lì. Ovviamente possiamo mettere dei “cerotti umanitari” ma il nocciolo della nostra debolezza rimane sempre quello: l’Europa delle nazioni, l’Europa delle patrie, contrapposta alla patria europea. E questo sta succedendo anche con il coronavirus…

In che senso?
Nel senso che la salute e la sanità sono competenze nazionali, anzi nazionalissime, che ogni Stato ha voluto e difende con le unghie e con i denti. Adesso sento dire, puntuale come un orologio svizzero, che l’Europa ci lascia soli, l’Europa e via sproloquiando. Mentre il fallimento è l’Europa degli Stati nazione e intergovernativa. Tanto è vero che se si guarda dove l’Europa non funziona, è, per l’appunto, la politica estera: ne abbiamo 27 per intenderci, come abbiamo 27 eserciti e 27 sistemi sanitari. La Commissione europea non produce mascherine e quando si è fatto richiesta, immagino che tutti gli Stati membri abbiano detto, chi più chi meno, di no. Mettiamocelo bene in testa: 27 Paesi, ognuno per sé, non funziona. Perché se si guardano invece le politiche comunitarie (agricoltura, fondi di coesione, concorrenza), possono piacere o non piacere, ma esistono e funzionano. Purtroppo, Sarajevo ci ha insegnato poco. Gli Stati membri dell’Unione Europea sono rimasti fermi sulle loro posizioni di quei tempi e oggi la storia si ripete. Tragicamente.