Una tragedia umanitaria che sta assumendo dimensioni apocalittiche. Idlib, Lesbo: milioni di civili, donne, bambini, anziani costretti a vivere, se di vita si può parlare, in condizioni disumane. Un quadro drammatico che investe anche la Libia. A darne conto a Il Riformista è Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

 

La tragedia umanitaria ai confini tra Turchia e Grecia si fa di ora in ora sempre più drammatica.Un dato per tutti: a Lesbo, nel campo di Moria che può ospitare 3.000 persone, ci sono già oltre 20.000 rifugiati…
Sulle isole greche sono ormai molti mesi che si sta consumando una crisi ai danni soprattutto dei più vulnerabili, in primo luogo i bambini, moltissimi dei quali non accompagnati. E poi donne, malati bisognosi di un intervento medico urgente. Sono persone che vengono da Paesi di crisi, come l’Afghanistan e la Siria. La vita sulle isole greche per i rifugiati e i richiedenti asilo è veramente disumana. Nessuno di noi accetterebbe di vivere in quelle condizioni. I bambini fanno i turni per dormire distesi. Il personale sanitario ha segnalato tentativi di suicidio tra i minori, e ci sono stati anche decessi. Sono mesi che chiediamo al Governo greco di accelerare il trasferimento di 20.000 persone dalle isole alla terraferma, dove esistono condizioni dignitose di accoglienza. Vorrei aggiungere che le comunità di queste isole in questi anni hanno aiutato tantissimo, mentre negli ultimi giorni alcuni soggetti hanno avuto un comportamento molto violento contro giornalisti, personale umanitario e rifugiati. Hanno anche dato fuoco ad alcune nostre strutture. Quindi deve essere compiuto ogni sforzo, e al più presto, per riportare la legalità e la calma.

In questi giorni, di fronte alle drammatiche testimonianze che giungono dai confini tra Turchia e Grecia, da Idlib e dalle isole greche, da più parte si è detto e scritto che l’Europa sta morendo a Lesbo…
Questa cosa l’avevo già sentita cinque anni fa, e in cinque anni invece di costruire un sistema di asilo comune, si è litigato su chi accoglieva più o meno rifugiati. La realtà è che si sono cercate soluzioni tampone che hanno creato un “tappo” e il risultato è che ci troviamo con la Turchia che è oggi il Paese che ospita più rifugiati al mondo, e la Siria con Idlib sotto i bombardamenti e quasi un milione di persone sfollate e intrappolate. Il cuore del problema è, in questo caso, la situazione siriana. Per Idlib serve un immediato cessate-il-fuoco condiviso e rispettato da tutte le parti in conflitto; un cessate-il-fuoco duraturo che consenta di prestare soccorso e mettere in sicurezza, in condizioni umane, la popolazione civile.

Non c’è il rischio che i migranti continuino ad essere usati come arma di ricatto, ad esempio verso l’Europa?
Purtroppo i rifugiati in questi anni sono stati usati da molti per fini strumentali e questo nasconde la mancanza di coraggio nell’assumersi la responsabilità della loro protezione. Questa responsabilità è di tutti gli Stati, nessuno escluso.

Nell’opinione pubblica europea, e in quella italiana in particolare, vi è la necessaria consapevolezza della tragedia umanitaria che sta sconvolgendo il Mediterraneo?
No, credo di no, anche perché viene vissuta come molto lontana. Eppure Idlib è a circa tre ore di aereo dall’Italia. Ma ci sono anche molte persone che proprio in questi giorni ci stanno chiamando per chiedere come aiutare. Speriamo che la situazione critica per il Coronavirus, che stiamo vivendo anche in Italia, ci insegni che siamo veramente tutti connessi e che per superare le crisi occorre l’azione di ognuno di noi e un impegno reale di responsabilità.

I corridoi umanitari possono essere parte di una soluzione?
Assolutamente sì. Noi li includiamo tra le cosiddette “soluzioni durevoli”, ossia quelle che permettono di ricostruire una vita in modo sostenibile e sicuro. Servono più vie sicure per i rifugiati. Ma la realtà, purtroppo, è che nel 2019 l’UNHCR ha chiesto una via sicura per 1,3 milioni di persone in tutto il mondo, che sono rifugiati estremamente vulnerabili, e gli Stati, a livello globale, ce ne hanno offerti solo 55.000.

 

C’è una luce in questo interminabile tunnel?
Quando abbiamo fatto il primo Forum globale dei rifugiati, lo scorso dicembre a Ginevra, per mettere in pratica le linee del Global Compact, ci sono state moltissime proposte concrete da parte della società civile, delle imprese e degli Stati su integrazione ed educazione. Ma occorre anche un cambio di passo per aprire più vie sicure per i rifugiati, in modo che possano accedere agli Stati sicuri senza rischiare la vita e senza che si vengano a creare situazioni di crisi come quella al confine tra Grecia e Turchia.

 

Un altro fronte umanitario drammatico riguarda la Libia. Qual è la situazione in quel Paese in guerra e cosa chiede l’UNHCR all’Europa e all’Italia?
La situazione in Libia è drammatica sia per i rifugiati e migranti intrappolati nel Paese, sia per i cittadini libici che sono le prime vittime del conflitto in corso. Ci sono 355.672 sfollati interni libici e 48.042 rifugiati e richiedenti asilo registrati, secondo gli ultimi dati disponibili. Di questi ultimi, la maggior parte si trova nelle aree urbane, dove l’UNHCR attraverso i suoi partner fornisce assistenza in denaro e in natura (tra cui articoli per l’igiene, attrezzature per cucinare, materassi, lampade solari) e assistenza medica presso il suo centro comunitario diurno a Gurrji. L’UNHCR fornisce assistenza anche agli sfollati interni. Inoltre, ci sono circa 2.800 rifugiati e migranti nei centri di detenzione ufficiali (dato aggiornato al 12 febbraio), dove sono soggetti ad abusi e torture di ogni tipo. L’UNHCR continua a chiedere il loro rilascio e il trasferimento dei rifugiati e richiedenti asilo più vulnerabili fuori dalla Libia. Perché questo avvenga, tuttavia, si ha necessità di più posti per l’evacuazione umanitaria di emergenza o il reinsediamento in Paesi sicuri. L’UNHCR chiede all’Europa e all’Italia di ampliare i canali sicuri e regolari affinché queste persone possano trovare rifugio in un Paese terzo e cominciare a costruire un futuro migliore per sé e la propria famiglia. Allo stesso tempo, cerchiamo di offrire ai rifugiati e richiedenti asilo bloccati in Libia soluzioni alternative, come per esempio il ritorno volontario nel primo Paese di asilo. Ma spesso anche lì la situazione è difficile, e pertanto chiediamo alla comunità internazionale di rafforzare il sostegno a quei Paesi affinché possano offrire delle opportunità di vita e di lavoro dignitose.