La controversia tra comunisti e socialisti ha attraverso tanta parte della storia politica del nostro Paese, dunque si può capire che possa rispuntare anche da sotto le ceneri. Fabrizio Cicchitto lo ha fatto riprendendo il filo della relazione tra Craxi e Pellicani nella temperie del nuovo Psi che stava affermandosi alla fine degli anni 70. Lo fa con intatta passione e manifesto spirito di parte. Apprezzo l’una e l’altro, ma penso che non siano adatti ad indagare i rapporti tra socialisti e comunisti nell’Italia uscita dalla Resistenza e arrivata sino alla fine del Novecento. Sarà anche per ragioni autobiografiche. Sono stato nel Psi, nel Psiup e nelle diverse tendenze ispirate a eresie socialiste, quali quelle di Raniero Panzieri, e quelle varie delle sinistre socialiste fino a Riccardo Lombardi. Nel Pci, in quello guidata da quell’eretico senza scisma che è stato Pietro Ingrao.

Come Cicchitto ho vissuto – certo molto più a lungo di lui – in quella casa comune che è stata la Cgil. Forse però è per questo che penso che, nell’oltrepassamento della separazione tra riformisti e rivoluzionari, un’esperienza di elaborazione particolarmente significativa è stata proprio quella degli anni 60, che un filosofo come André Gorz e un uomo della cultura politica come Gilles Martinet hanno chiamato dei riformisti-rivoluzionari: è la linea che legava socialisti come Lombardi, Foa, Basso a comunisti come Ingrao o Trentin in un’ipotesi di lavoro per il superamento della società capitalista. Ma penso così soprattutto perché dopo il grande e terribile Novecento, dopo la sconfitta del movimento operaio, e l’avvento di un capitalismo ancor più intollerabile, bisognerebbe riflettere diversamente su tutta quella storia che non consente più di far vivere filiazioni dirette, quanto piuttosto attraversamenti; certo senza negare preferenze e diversità di opzioni, ma concorrendo a un nuovo inizio nella storia per la trasformazione della società.

La consuetudine e l’antica conoscenza, ma anche la leggerezza che vorrei connotasse questo confronto, mi suggerisce il ricorso al nome del mio interlocutore. Fabrizio mi è parso prigioniero della sua metafora guerresca, quella a cui fa ricorso, scrivendo: «Fu un fuoco di fila in cui si mescolavano le bombe a mano e il tiro di fucili di precisione». In guerra ci sono solo nemici, o vinci tu o vince lui. Vince, in ogni caso, chi resta in vita. È il trionfo della coppia nemico-amico. Sarei per deporre le armi, salvando la passione. Anch’io sono partigiano di una parte (oplà) e sul fronte opposto a quello di Cicchitto (oplà). Anch’io non sopporto gli eclettismi e non mi piace affatto risolvere le opposizioni con la somma delle stesse, ma il punto è che quel che ieri sono state opposizioni, oggi, nella rielaborazione del tempo, non lo sono più, almeno come tali.

Non Marx o Proudhon, ma Marx e Proudhon, quello peraltro che diceva che la proprietà è un furto. Marx, caro Fabrizio, non si può seppellire, soltanto perché non è possibile farlo. È una pietra d’inciampo troppo grande. Resiste. Anzi, riemerge ora nel tempo del capitalismo finanziario globale e della sua crisi. La Marx Renaissance è stato un evento mondiale che ha mobilitato le università maggiori di ogni parte del mondo, a partire da quelle degli Usa. E solo qualche anno fa, Marx è stato l’autore più venduto nelle librerie del Regno Unito. L’avvertenza, lo sappiamo, è nota. Marx stesso diceva di non essere marxista. Dei grandi rivoluzionari e rivoluzionarie del Novecento non è più possibile ereditare la lezione per filiazione diretta, semmai lo è stato.

Non si può farlo, se non creativamente. Se si vuole dire così, “revisionisticamente”. Solo per memoria dei tempi in cui quei giganti ci sembravano contemporanei, tanto da prendere parte alle loro dispute, a partire da quella tra riformisti e rivoluzionari, da quella fondativa tra Bernstein e la Luxemburg. Solo per memoria, allora, potrei dirmi luxemburghiano, ma si sa che in fondo sarebbe un nonsense. Il movimento operaio, vinta la rivoluzione e fattosi Stato, è fallito a Est. Il movimento operaio senza la rivoluzione ma col conflitto di classe è stato sconfitto ad Ovest. Ma l’una e l’altra storia hanno scritto un’epopea che ora è finita. Qui si situa la vicenda di cui scrive Cicchitto e la contesa tra Pci e Psi. Come ho già detto, stavo sull’altro versante rispetto al suo.

Non mi convince ancora oggi la sua riduzione del Pci a Enrico Berlinguer e tantomeno a Tonino Tatò, di cui pure sono stato amico, e tantomeno ancora a una sua frase molto infelice. Tornerò brevemente, solo per un cenno, sul Pci, quasi un’avvertenza semplicemente metodologica, ma non vorrei sfuggire al problema a cui Berlinguer ha dato vita e che Cicchitto ricorda. Non è stato nelle mie corde il primo Berlinguer, quello che con grande consenso e grande successo è arrivato fino al Compromesso storico. Mi trovavo allora in dissenso e ancora oggi quell’ipotesi non mi convince affatto. Invece, trovo ricco e radicale il secondo Berlinguer, quello, per dirla sommariamente, dei cancelli alla Fiat nella lotta dei 35 giorni e della Scala mobile. Lo muove un’intuizione di classe e carica di futuro. La sconfitta dell’ipotesi non ne riduce affatto la portata.

Fabrizio, che è cultore della Luxemburg, ricorderà sicuramente le sue pagine straordinarie sul valore della sconfitta: «Una sola può valere più di cento comitati centrali». Cosa intuisce quel Berlinguer? Intuisce che si è giunti alla fine del grande ciclo ascendente del conflitto operaio-studentesco, quello aperto dal biennio ‘68-’69, e che si è giunti di fronte al rovesciamento del conflitto di classe, come dirà poi lucidamente Luciano Gallino. Pensa, cioè, che da allora in poi saranno i padroni a organizzare la lotta contro i lavoratori e non più il contrario. E poi raggiunge la seconda sua intuizione, quella cioè che quando i partiti della sinistra smarrissero la radice di classe della loro politica, si avvierebbero inesorabilmente a una mutazione genetica che li trasferirà nel campo liberale.

Vero è che il Pci, come tanta parte dell’opinione critica del Paese, non capisce la forza di una ribellione socialista a una condizione di oppressione paternalistica, lungamente subita da parte comunista, né intende la sua radice libertaria, quella di una carica provocatoria, che giunge fino a flirtare con un certo libertinismo. Ma siccome penso che ognuno dovrebbe riflettere a partire dai mali della propria parte, quelli della mia sono certo ingombranti e diffusamente approfonditi, vorrei invitare Fabrizio a riflettere su quel punto di partenza, quel 1978 socialista di cui scrive con passione. Continuo a pensare che di ben altra stoffa fosse il precedente revisionismo socialista, quello originato dal 1956, dopo la catastrofe ungherese, quando il ventaglio aperto era tanto ampio da andare da Panzieri a Giolitti, e ancora molto più in là.

La ragione, secondo me, è che nel revisionismo socialista, che aprì la strada agli ani 60, c’era diversamente da quello di cui parla Fabrizio, l’ambizione di interessare l’intero movimento operaio in una sfida per l’egemonia, non per il comando. L’ha inteso un socialista liberale, come Norberto Bobbio.  Vorrei dire a Fabrizio, in verità e in amicizia, che penso che ciò che ancora gli impedisce un’analisi critica, ma serena, è il suo rifiuto di considerare il Pci per quello che realmente è stato. Delle sue colpe sappiamo e moltissimo si è scritto e detto, ma se parlando del suo retroterra culturale, degli intellettuali che ne hanno fatto parte, si scrive della «melassa culturale del Pci», allora si rivela un’incomprensione di fondo.

Non farò torto alla cultura politica di Cicchitto, facendogli un quadro dell’intellettualità che ha fatto parte di quel mondo, delle loro esperienze, della loro produzione artistica, culturale, della creatività con cui hanno investito tanta parte della cultura mondiale. Melassa? Basti la storia di Pier Paolo Pasolini a bucare questa immagine inadatta. Ha scritto Pasolini: “Il Pci è un paese nel Paese”. Un paese, non una segreteria, una direzione, un comitato centrale. Mi dia retta per una volta, Fabrizio, ascolti Giorgio Gaber, ascolti la sua ballata “Qualcuno era comunista”. Se non sente viva quella storia di popolo, il conflitto tra Craxi e Berlinguer diventa indecifrabile nelle sue ragioni, nei suoi torti più profondi, quelli che potrebbero interessare ancora il nostro futuro e che comunque ci aiuterebbero a rileggere la storia con i dovuti “se”, perché non è vero che essa non si fa con i “se”.