Non ci sarà una via intestata a Bettino Craxi. Non ci sarà una targa affissa sulla sua casa di via Foppa. E non ci sarà (almeno per ora) il convegno di studio sulla storia di Craxi e sul socialismo organizzato dai giovani del Pd. A vent’anni dalla morte di un grande personaggio che qui è nato e cresciuto politicamente, Milano, la Milano che vota a sinistra, è ferma nel suo immobilismo, nella sua incapacità di esprimere un pensiero collettivo sul proprio passato. Perché ormai quel che sta succedendo nella sinistra milanese non è più la questione di intitolare una via a Bettino Craxi né di apporre una targa e neanche di tenere un convegno di approfondimento. Quello che è scoppiato all’interno della federazione milanese del Pd è un vero scontro di cultura politica. E anche generazionale.

Paolo Romano, segretario dei giovani democratici, ha 23 anni, studia economia, è consigliere di municipio. Quando lui è nato, Craxi era già ad Hamammet. Proprio per questa ampia sfasatura di tempi e memoria, ha la curiosità di sapere e di capire e di imparare, “anche dagli errori”, dice. Insieme ai suoi compagni, e con la benedizione del capogruppo Pd in consiglio comunale Filippo Barberis, un riformista di 37 anni, aveva organizzato una giornata di studio che, a vedere dal programma, sembrava tutt’altro che nostalgica o elogiativa di Bettino Craxi. Certo, non era un convegno “grillino”, come forse sarebbe piaciuto a quella parte dei dem cui dei socialisti piacciono solo le spoglie. Quelli che leggono la storia solo sulle carte giudiziarie. Quelli che per dare l’Ambrogino a Filippo Penati hanno dovuto elargirlo anche a Francesco Saverio Borrelli. Al contrario denotava un certo rigore storico e cronologico. Nel primo panel si sarebbero raccolte le testimonianze sul Craxi milanese, i suoi primi passi da consigliere comunale e poi da assessore e la Milano degli anni ottanta, con luci e ombre.

Letto anche con l’aiuto dei ricordi dell’ex capogruppo milanese del Psi Ugo Finetti e degli ex sindaci Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri. La seconda parte del seminario avrebbe esaminato la parte di Craxi “romano” e presidente del consiglio, con al fianco il suo vice Claudio Martelli e con lo sfondo della prima repubblica e le sua degenerazioni politiche. L’eredità di cultura politica infine, e la domanda delle domande: che cosa ci ha lasciato il leader socialista e in che modo ha influito sulla cultura del riformismo di oggi? Ne avrebbero discusso con i giovani anche il ministro per lo sviluppo del Sud Giuseppe Provenzano, i parlamentari Tommaso Nannicini e Lia Quartapelle, oltre al sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Una vera banda di sovversivi craxiani, come si vede.

Pure, qualcuno ha annusato il pericolo. Sono partiti per primi due vecchi della politica milanese. Barbara Pollastrini che ai tempi di Mani Pulite era la segretaria cittadina del Pds e che dovrebbe portare ancora addosso le ferite di quell’incriminazione da cui fu poi prosciolta, ma di cui evidentemente preferisce cancellare la memoria . E poi Carlo Monguzzi, che fu assessore dei Verdi in Regione e che oggi sorprendentemente dice «l’onestà è il presupposto della politica e io non ho da ridiscutere o riabilitare Craxi», beccandosi così del “vecchio stalinista” da parte di Roberto Caputo, ex assessore socialista del Comune di Milano. Ma anche in quello che fu il potente mondo socialista milanese si fanno vivi in pochi. Prende coraggio Carmela Rozza, ex assessore pd al Comune e oggi in Regione: «È ora che si riconosca il valore dell’uomo politico Bettino Craxi». Il resto è silenzio assoluto. Anche perché tra la storia della via e della targa da una parte e quella del convegno dall’altra, gli esponenti del Pd sono riusciti anche a fare arrabbiare il sindaco.

Beppe Sala è fuori di sé. E’ stato un eccellente direttore generale con il sindaco Letizia Moratti, e del fatto che lui fosse di sinistra, come dice oggi, non si era accorto proprio nessuno, e se era vero l’aveva nascosto molto bene. Ma oggi è accreditato come uno importante del Pd a tutti gli effetti, e non ha nessuna voglia di trovarsi tra i piedi la patata bollente della questione Craxi. Del resto il ventennale dalla morte c’è e la richiesta ( l’ennesima) dei figli di poter intestare una via (Stefania) o almeno una targa (Bobo) nella sua città ( se non qui, dove?) è un fatto concreto che non si può scacciare come una mosca fastidiosa.

Così il sindaco con l’escamotage di “dare la parola alla città”, aveva delegato al consiglio comunale il compito di avviare un dibattito e anche di decidere sulle questioni apparentemente solo toponomastiche. Poi però in consiglio lui non si era presentato e il dibattito era diventato un gran pasticcio con finale a sorpresa e la palla ributtata nel canestro dello stesso Sala e della sua giunta.
Così lui ora ha un diavolo per capello e le elezioni in arrivo (un anno passa veloce), i giovani si sono fermati in attesa che i vecchi sbroglino alcune matasse che si profilano all’orizzonte, non ultima quell’ambizione, di cui si parla insistentemente a Milano, di Giorgio Gori che vorrebbe il posto di Nicola Zingaretti. Il quale, pare, avrebbe alzato il telefono proprio per bloccare le ambizioni riformistiche di quei ragazzi nati quando Craxi era già ad Hammamet.