Lunedi sera, consiglio comunale di Milano. Nessun ricordo per Bettino Craxi. Le monetine continuano a tirargliele, non più in compagnia dei missini, ma in beata solitudine, gli eredi di quel Pci-Pds che nella serata del Raphael diedero il peggio di sé.  Le monetine si sono trasferite da Roma a Milano, dove Bettino Craxi, che in questa città mosse i primi passi della politica in consiglio comunale, ma che ebbe anche l’orgoglio di essere il primo presidente del consiglio milanese, non trova un riconoscimento. Non è sepolto al Famedio insieme a coloro che resero grande la città di Ambrogio. Non ha una via a lui intestata. Probabilmente non avrà neppure una targa sulla casa che ha abitato, via Foppa, non certo nel lusso del centro città. Per lui fino a oggi solo monetine. Di sinistra. E il consiglio comunale che si scrolla di dosso la patata bollente: caro sindaco Sala, se vuoi dare almeno una targa in ricordo di Bettino Craxi, fallo tu. Noi no.

Di dedicare una via al ricordo di Bettino Craxi si era cominciato a parlare a Milano, la sua città, un po’ prima del 2010, per l’occasione del decennale dalla sua morte. E c’era voluto un sindaco di centrodestra di una città medaglia d’oro della resistenza e in cui ancora oggi il Pd è il primo partito, per porre il problema di rendere onore con l’intitolazione di una via a un grande riformista socialista. Un cittadino illustre che aveva contribuito in gran parte allo sviluppo e alla trasformazione di Milano in una metropoli. Letizia Moratti era arrivata a un passo, l’ufficio toponomastica del Comune stava individuando anche la zona adatta. Poi, un po’ perché aveva trovato l’opposizione della Lega, un po’ perché la pratica era rimasta vittima di lungaggini burocratiche e un po’ perché lei non era stata rieletta, l’iniziativa era affossata. E Moratti colpita al petto come san Sebastiano da tante frecce che portavano i nomi di Antonio Di Pietro e di Saverio Borrelli, degli uomini del Pd ma anche del capogruppo della Lega in consiglio comunale Matteo Salvini, facente parte della sua stessa maggioranza.

Gli argomenti allora erano tutti di tipo giustizialistico. Benché a Roma il presidente Napolitano mostrasse il coraggio di partecipare a testa alta alla manifestazione organizzata da Stefania Craxi al Senato, a Milano si parlava solo di San Vittore, mazzette e corruzione. Un ex presidente del consiglio, segretario di un grande partito, ridotto a quattro articoli di codice penale.
Piano piano però il clima pare essere cambiato e il ventennale ha coinciso con la presa d’atto del fatto che la storia non la fanno più, per fortuna, solo i pubblici ministeri. Anche a Milano qualcosa pare essersi rotto, cioè l’omertà tra la cultura dei Borrelli e dei Di Pietro e il giustizialismo della sinistra. Sono i giovani del Pd che, per la prima volta in quel partito, prendono l’iniziativa di organizzare una giornata di studi ( che si terrà il 24 di questo mese) su Craxi. Un progetto serio e ambizioso, che partirà dal ruolo del segretario socialista a Milano come consigliere, assessore e simbolo della città negli anni Ottanta, per passare alla figura di Craxi come presidente del consiglio e infine il lascito politico del leader socialista e i riflessi sulla cultura riformistica e progressistica di oggi.

Ai giovani si affianca il capogruppo a Palazzo Marino Filippo Barberis, che non teme di dichiarare: «La vicenda politica di Craxi e l’impatto che ha avuto nella storia della nostra città, del nostro Paese e della sinistra italiana, non può essere ridotta alle sole vicende giudiziarie che ne hanno segnato la fine. Craxi è stato molto di più, nel bene e nel male». Pareva una svolta culturale vera. Invece no. È scoppiato l’inferno, con la ribellione del partito. Sia al convegno che alla via o alla targa. I giovani sono stati subito redarguiti dai vecchi, pure quelli che avevano avuto qualche problemino con Tangentopoli. In mezzo al guado il titubante sindaco Sala, che tra un anno e mezzo vorrebbe essere rieletto, e che continua a dire che sì, in effetti una riflessione ci vorrebbe, però Craxi è «divisivo». Orribile parola per dire che si sta parlando di una persona che lascia traccia di sé. Così, invece di prendere una decisione sulla richiesta (Stefania) di intestare una via, o almeno (Bobo) una targa sull’abitazione, il sindaco decide di delegare il consiglio comunale alla discussione.

Ma poi lui lunedì sera non c’è, la Lega coglie l’occasione per defilarsi, destra e sinistra tornano al vecchio bipolarismo armato (a Milano i cinque stelle sono inesistenti) e in questo gioco dell’oca impazzito, si ritorna al “via”. Cioè il consiglio incaricato dal sindaco di prendere una decisione almeno sulla targa, decide che dovrà occuparsene la giunta. La sagra dell’ipocrisia. Altra manciata di monetine addosso a Bettino Craxi. E alla dignità della sinistra.