Viktor Orbán è fuori dai giochi. Per l’Europa questo è importante, ma non risolve il problema. Bruxelles è soddisfatta quanto cauta. La vittoria di Péter Magyar alle elezioni ungheresi è una buona notizia. Ma è escluso che adesso a Budapest si insedi il più europeista dei governi Ue. Il leader di Tisza non è certo un De Gasperi o un Monnet in versione ungherese. L’auspicio che il Consiglio Ue possa tornare a lavorare seriamente convive con la consapevolezza che non basta un voto per smantellare il sistema costruito da Orbán in sedici anni di governo.

«Che ci sarebbe stato un cambiamento era chiaro. Meno scontata il consenso che avrebbe ottenuto Tisza». Federico Ottavio Reho, coordinatore della ricerca del Wilfried Martens Centre for European Studies (il centro studi di riferimento del Ppe) pone l’indice sul peso di questo risultato. In termini di seggi ottenuti da Tisza. «Senza una maggioranza così importante, non avremmo potuto parlare di una vittoria di Magyar». Con una carta costituzionale scritta a immagine e somiglianza del premier uscente, si sarebbe innescato un cortocircuito tra decisioni politici ed esecutori amministrativi, lealisti di Fidesz. «L’idea stessa della democrazia illiberale prevede è che il leader prenda il controllo delle istituzioni di garanzia. Esagerando quindi, potremmo dire che Orbán avrebbe potuto governare pur stando all’opposizione». Osserva Reho.

Cosa vuol dire questo per l’Europa? Che la vittoria di Magyar è una vittoria dei popolari che tendono al conservatorismo, ma ancor più una sconfitta della sinistra. Il nuovo parlamento ungherese sarà infatti composto da partiti di centro-destra, area cattolica, destra, destra-destra ed estrema destra. Del resto, la sinistra riformista in Ungheria non esiste più fin dai tempi di Imre Nagy, il martire numero uno della rivoluzione del 1956. Con il leader di Tisza siamo in una terra di confine nell’emiciclo dell’Europarlamento. Per quanto europarlamentare del gruppo del Ppe, Magyar non somiglia né a Weber né a Tusk. Il primo è un democristiano doc. Il secondo è un liberal duro e puro. Magyar è un conservatore, il cui europeismo risulta appannato al confronto con lo spirito nazionalista che lo contraddistingue e per le posizioni espresse negli anni. «Sostiene politiche migratorie restrittive ed è socialmente conservatore. Ha persino criticato le politiche di Orbán sull’immigrazione, ritenendole troppo generose. Non porrà il veto a un prestito dell’Ue all’Ucraina, ma per quanto riguarda l’aggressione russa è favorevole a un approccio più diplomatico nei confronti di Mosca, pur avendo condannato con costanza l’invasione russa». Ricorda Pieter Cleppe, giornalista di Brussels Report.

«A mio giudizio, si andrà verso un conservatorismo più moderato ed europeista, impegnato a isolare le forze più anti-sistemiche». Commenta Reho. «È la realizzazione di quella strategia da molti criticata in quanto appariva come un cedere sui principi, ma in realtà era finalizzata a delimitare l’arco costituzionale europeo in maniera più corrispondente ai risultati delle elezioni del 2024». Detto questo ieri, la missiva magiara al Cremlino è apparsa inequivocabile: «Se Putin mi telefona, risponderò», ha detto Magyar. «Non credo che accadrà, ma gli direi di fermare gli omicidi e di porre fine a questa guerra che non ha alcun senso. Non penso che la concluderà su mio consiglio. Ma spero che sarà costretto a farlo comunque». Un pragmatismo che forse nemmeno Bruxelles conosce. Questo può far prevedere meno polemiche, più risultati concreti. Ovvero sblocco dei finanziamenti. Sia per l’Ucraina, sia per l’Ungheria. In questo caso, si sta parlando di circa 18 miliardi di euro congelati, all’interno di un pacchetto complessivo negli anni di circa 30 miliardi. Qui però si pone un problema. «Molte delle accuse di corruzione sotto Orbán erano appunto legate all’utilizzo dei fondi Ue», ricorda Cleppe. «Sono questi stessi fondi che tendono ad alimentare la corruzione. Sbloccarli può davvero migliorare la situazione? Purtroppo, l’esperienza suggerisce il contrario».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).