Il 26 maggio la Sala Atti Parlamentari del Senato ha ospitato il convegno “Marco Pannella e il diritto alla conoscenza a dieci anni dalla morte del leader radicale” che abbiamo promosso con Nessuno tocchi Caino e la Fondazione Luigi Einaudi insieme al Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”.

L’evento ha avuto inizio con i saluti introduttivi del Presidente del Senato, Sen. Ignazio La Russa, che ha ricordato Pannella quando sottolineava quando in politica e nella comunicazione politica, non bastasse la quantità, perché prevale la qualità: “Ecco, lui la qualità, ce l’ha insegnata a tutti.” Sono inoltre intervenuti l’On. Franceso Rutelli, i Senatori Susanna Campione, Roberto Menia, Roberto Rampi, André Gattolin, l’On. Elisabetta Zamparutti, la Dott.sa Mirella Parachini, l’avv. Giuseppe Benedetto. Nessuno Tocchi Caino ha diffuso quest’anno ai suoi iscritti un calendario dedicato a Marco Pannella con ogni mese una sua frase. Quella di gennaio è: “Quando te ne vai bisogna vedere quanti fanno della tua assenza una presenza”.  Una frase che ci ha immediatamente riportato al convegno svoltosi qui in Senato, nell’allora sala della Commissione Difesa il 27 luglio 2015, dedicato al “Diritto alla Conoscenza e all’Universalità dei Diritti Umani”. Era come se quel giorno stesse già preparando, Marco, un suo futuro dopo di lui e il seguito che sarebbe stato dato ai suoi valori fondamentali.

C’è un senso di grande continuità tra questi giorni e quel marzo 2016, quando Marco ci riunì alla Panetteria per creare il Comitato Globale per lo Stato di Diritto. Iniziativa che voleva per affermare il diritto alla conoscenza e i diritti umani universali e con essi il sostegno alle popolazioni private della libertà in Iran, in Xinjiang, in Tibet, in Cambogia, a Cuba, in Venezuela, solo per citarne alcune.
Pannella si è sempre ispirato a personalità religiose e nonviolente, in primis il Mahatma Gandhi e Martin Luther King. Proprio in tema di nonviolenza, merita ricordare in particolare la sua prefazione – in pieno brigatismo rosso – al libro di Andrea Valcarenghi: “Underground. A pugno chiuso”. Un passaggio che ci sembra fondamentale: “Esser ‘compagno’ (come esser padre) non è scritto nel destino né prescritto dal medico. Se le vie divergono, lo constateremo e cercheremo di comprendere meglio. Ma basta con questa sinistra grande solo nei funerali, nelle commemorazioni, nelle proteste, nelle celebrazioni: tutta roba, anche questa, nera: basta con questa ‘rivoluzione’ clausevitziana, con le sue tattiche e strategie, avanguardie e retroguardie, guerre di popolo e guerre contro il popolo, di violenza purificatrice e necessaria, di necessarie medaglie d’oro; la rivoluzione fucilocentrica o fucilocratica, o anche solo pugnocentrica o pugnocratica non è altro che il sistema che si reincarna e prosegue. Non solo il ‘Re’ ma anche questa ‘Rivoluzione’ vestita di potere e di violenza è nuda, Andrea. Tollera che io lo scriva nel tuo libro, se questa lettera sarà accolta come prefazione. E tollera molto altro… Siete, sei ‘antifascista’, antifascista della linea Parri-Sofri, lungo la quale si snoda da vent’anni la litania della gente-bene della nostra politica. Noi non lo siamo. Quando vedo nell’ultimo numero di Re Nudo, ultima pagina, il ‘recupero’ di un’unità del 1943 con cui si invita ad ammazzare il fascista dovunque capiti e lo si possa pescare, perché ‘bisogna estirpare le radici del male’, ho voglia di darti dell’imbecille. Poi penso che tutti sono d’accordo con te, tranne noi radicali, e sto zitto, se non mi costringi, come ora a parlare e a scrivere.

In molti hanno visto l’esistenza di Pannella come marcata da una religiosità “laica”. Marco ha in effetti, esplicitamente, attinto ai passi del Vangelo; sottolineando anche le opere di Misericordia, alle quali si ispirava. In particolare: sfamare gli affamati, dar da bere agli assetati, visitare i carcerati. Su questo sfondo stanno sue grandi iniziative, condotte con il Partito Radicale, come la campagna per la giustizia giusta e le carceri e quella, negli anni ’80, contro lo sterminio per fame e guerra nel mondo alla quale aderirono oltre 130 Premi Nobel, mentre lui diceva: “o ci occupiamo dell’Africa oggi, o l’Africa si occuperà di noi domani” . La sua azione transnazionale, come lui la definiva, la possiamo certamente ricondurre in pieno in una visione coerente di politica estera, con tre punti di riferimento fondamentali: Europa, Israele, Stati Uniti.

Sull’Europa, Marco era un deciso federalista. Proponeva gli “Stati Uniti d’Europa”. Una federazione di Stati che avesse poche ma essenziali prerogative e poteri: politica estera e di sicurezza comuni, mercato unico, bilancio e una fiscalità comuni. Pannella aveva una concezione assolutamente moderna e attuale del principio di sussidiarietà. Le istituzioni federali che lui prefigurava avrebbero dovuto esercitare il loro mandato esclusivamente in ambiti determinati e specifici. In base cioè ad una chiara perimetrazione del principio di sussidiarietà tale da assicurare ai cittadini i loro pieni diritti politici ai diversi livelli di rappresentanza democratica: locale, regionale, nazionale. L’Allargamento e l’approfondimento dell’UE, per Pannella, dovevano procedere di pari passo. Lo chiarì al Parlamento europeo l’11 settembre 1990 intervenendo nel dibattito sull’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia che, a differenza della Germania dell’Est, stavano rimanendo fuori dall’Europa; posto che, come noto, per la Germania Est la questione era risolta in partenza dalla Costituzione stessa.
“(…) i cittadini, – domandò retoricamente Pannella – le donne e gli uomini di Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia sono forse meno europei, meno desiderosi di diritto e libertà dei cittadini della Germania, per ora della Germania dell’Est? Non credo. Il gravissimo problema che viviamo senza ombra di dubbio è che siamo in quanto Europa istituzionale e politica oggetto e non soggetto di un momento storico. Non abbiamo avuto nessuna rilevanza. Il Parlamento e il Consiglio potevano averla (…) La rilevanza del Consiglio è sfumata quando non ha riunito una riunione del Consiglio europeo per aprire immediatamente e affermare che le stesse condizioni offerte alla Germania dell’Est, valgono anche per l’Ungheria, per la Cecoslovacchia ed altri.”

Il suo forte europeismo non risparmiò critiche aspre ad un’Europa troppo burocratizzata e sottomessa a poteri economico-finanziari. Non è difficile immaginare dove si schiererebbe oggi Pannella nella guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Basti pensare che Marco Pannella fu l’unico politico europeo presente a Mosca al funerale della giornalista russa più invisa al Cremlino, Anna Politkovskaya, uccisa a Mosca il 7 ottobre 2006 (il compleanno di Putin). Quattro giorni dopo, Marco prese la parola al Parlamento europeo per dire:
“Signor Presidente, onorevoli colleghi, meno di 24 ore fa ero a Mosca e per un istante stavo per indossare la fascia di deputato europeo mentre ero in mezzo alle migliaia di persone che rendevano l’estremo omaggio ad Anna Politkovskaja. Poi ho pensato che sarebbe stata un’offesa per gli occhi di quella donna, che pure non potevano vedermi, vedere inalberato il nostro emblema. La giornalista Anna Politkovskaja ci ha raccontato quello che non avete voluto sentire né vedere.”

Verso Israele il pensiero di Pannella si basava sulla intrinseca natura di democrazia occidentale di uno Stato, quello di Israele, costretto a difendersi sin dal 14 maggio 1948, cioè dalla sua fondazione. Pannella riteneva Israele così legato all’Europa per storia e radici giudaico-cristiane da proporre ripetutamente, sin dal 1988, l’adesione alla Comunità Europea. Auspicava che Israele potesse un giorno essere parte piena degli Stati Uniti d’Europa. Lo scrisse a chiare lettere in un intervento sul Jerusalem Post, il 18 ottobre 1988, non esitando a definirsi sionista. Un sionismo che lui assimilava ai grandi ideali di libertà del nostro Risorgimento: “Il sionismo – scriveva – un concetto fortemente improntato a principi solidi, è maturato in un’epoca in cui generazioni di intellettuali concentravano le proprie energie sulla creazione di Stati nazionali. Oggi, questo concetto, e i valori e le speranze che incarna, devono essere ripensati e riformati per ritrovare il suo antico vigore e per perdurare nel tempo.” Pannella auspicava la “israelizzazione” del Medio Oriente. Non la intendeva certo come conquista militare da parte di Gerusalemme, bensì come la diffusione del modello israeliano di Stato di diritto, laicità, democrazia, libertà di stampa e diritti delle donne da riuscire a diffondere nel mondo arabo e islamico. Solo liberando i popoli arabi dalle proprie dittature – riteneva Pannella – si sarebbe risolta, di riflesso, anche la questione palestinese.

La creazione dello Stato palestinese non poteva prescindere da una vera conquista di democrazia e di libertà nelle posizioni espresse da parte del popolo palestinese. Altrimenti, la scommessa era persa in partenza e avrebbe aumentato i pericoli per la pace. La sua obiezione era politica e metodologica: la pace è possibile solo con la democrazia e il rispetto delle libertà, diversamente da quanto accade con le dittature. Riconoscere uno Stato palestinese senza prima garantire loro fondamentali libertà civili, istituzioni laiche e democratiche avrebbe significato semplicemente consegnare quel popolo a un contenitore che definiva “dittatoriale”.

Verso gli Stati Uniti, il sentire di Pannella era ispirato dall’ammirazione per la lotta nonviolenta per i diritti civili contro la segregazione razziale guidata da Martin Luther King con marce, sit-in, arresti e detenzioni, e dal suo condividere il senso di un’architettura federale basata su elezioni uninominali, in una visione saldamente occidentale e atlantista.

Infine, sul diritto alla conoscenza, occorre tornare al 2003 quando Pannella lanciava i suoi appelli affinché si scongiurasse la guerra contro l’Iraq. Voleva che a tutti i costi che al dittatore iracheno Saddam Hussein fosse risparmiata la vita. Insisteva per una soluzione coerente che di fatto rispettasse le volontà di opinioni pubbliche pienamente informate; una soluzione che portasse la “conoscenza” maturata dai governati a responsabilizzare i governati per ciò che stavano facendo.

C’è da sorprendersi se le preoccupazioni di Pannella furono confermate dal Rapporto Chilcot che denunciava grave la mancanza di trasparenza e la manipolazione delle informazioni alla base delle decisioni di Blair sull’Iraq? Peraltro, il Diritto alla Conoscenza era già nell’ordine delle cose concrete realizzate con enorme successo dal leader radicale: la nascita di Radio Radicale e del Centro d’Ascolto radicale, quest’ultimo uno strumento di verifica e di misurazione degli spazi mediatici riservati ai diversi partiti, alle personalità, e agli opinionisti nazionali e stranieri su temi cruciali dell’attualità politica.

In sintesi, Pannella era convinto che l’antidoto contro violenza e guerra risiedesse nel riconoscimento pieno di un diritto alla conoscenza quale diritto umano universale. Solo attraverso la pratica della conoscenza si può realizzare uno Stato di Diritto compiuto e arginare l’oscurantismo, la censura, la disinformazione dei regimi autocratici. Dall’Iraq del 2003 alla tragedia dell’aggressione russa contro l’Ucraina e l’Europa, molti hanno visto una inquietante erosione della democrazia liberale. La risposta data all’aggressione russa dalle democrazie occidentali evidenzia però la vitalità dei nostri valori nonostante le forze “revisioniste” che li vogliono sovvertire sia dall’esterno che dall’interno delle nostre nazioni. Come diceva un grande internazionalista, l’avv. Ezechia Paolo Reale, occorre “trasformare l’informazione in conoscenza”. Proprio nell’era attuale, quella dell’intelligenza artificiale, l’esempio di Marco Pannella è e resta un riferimento assoluto, così come il suo motto “dove c’è strage di diritto c’è strage di popoli”.

Giulio Terzi di Sant’Agata, Matteo Angioli

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