C’erano una volta i congressi di partito. Quelli veri, dove ci si confrontava, si litigava perfino, ma alla fine emergevano idee, visioni e classi dirigenti. Erano il cuore della politica. Momenti di dibattito autentico, di crescita, di selezione della leadership. Oggi invece, dentro Forza Italia, almeno nella versione targata Antonio Tajani, i congressi sembrano essersi trasformati in riti notarili, senza confronto, incoronazioni per acclamazione. Più che congressi, certificazioni di potere.

E il paradosso è che proprio Tajani continui a rivendicarli con enfasi quasi ideologica, sostenendo che servano a permettere ai tesserati di scegliere la propria classe dirigente. Un principio persino condivisibile, se non fosse totalmente smentito dalla realtà che racconta di parlamentari il cui voto pesa “30” rispetto a quello di un semplice sindaco che magari rappresenta il doppio del consenso reale sul territorio. Racconta di candidature uniche, di dibattiti inesistenti, di elezioni per acclamazione. Racconta di congressi che sembrano più vicini a certe liturgie della Cina comunista che alla tradizione liberale e democratica che dovrebbe incarnare Forza Italia.

Forza Italia, l’insofferenza fuori dalle stanze romane…

Un partito che non discute più smette lentamente anche di pensare. E quando un congresso diventa una formalità senza anima, senza sfida e senza partecipazione autentica, non è più uno strumento democratico: diventa un semplice meccanismo di conservazione del potere. Una fotografia plastica di una leadership che appare sempre più impegnata a blindare seggi piuttosto che rilanciare una grande comunità politica liberale e popolare. In fondo dentro Forza Italia lo sanno tutti. Questi congressi tanto voluti da Tajani sembrano servire più a salvare gli equilibri interni che a costruire il futuro del partito. Ed è forse questo il motivo per cui, fuori dalle stanze romane, tra amministratori, militanti e territori, cresce una silenziosa ma evidente insofferenza.

Per fortuna però non tutta Forza Italia sembra essersi rassegnata a questa lenta burocratizzazione. In Sicilia, grazie all’autorevolezza istituzionale e politica di Giorgio Mulè, si è arrivati addirittura al commissariamento. Segno evidente che non tutto poteva essere gestito con il pilota automatico romano e che qualcuno ha ancora il coraggio politico di mettere in discussione dinamiche ormai logore. In Calabria invece Roberto Occhiuto ha fatto esattamente il contrario del “modello Tajani”: ha trasformato il congresso in una vera festa politica di Forza Italia. Partecipazione, entusiasmo, amministratori, territorio, identità. Perfino il lancio del candidato sindaco di Reggio Calabria. Insomma, politica vera. Ed è qui che emerge la differenza enorme tra chi vive il partito come semplice gestione dell’esistente e chi invece prova ancora a costruire consenso, idee e visione.

Il ruolo di Mulè e Occhiuto

Mulè e Occhiuto oggi stanno svolgendo il ruolo di veri frangiflutti contro quella sensazione di mediocrità politica che sempre più dirigenti e militanti avvertono attorno all’attuale leadership azzurra. Perché il rischio vero è che Forza Italia, lentamente, smarrisca definitivamente la propria anima originaria: quella liberale, popolare, anticonformista e profondamente politica costruita da Silvio Berlusconi. E forse è proprio per questo che, sottovoce ma neanche troppo, dalle parti di Milano e del mondo moderato comincia a circolare un nome che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato fantapolitica: Paolo Del Debbio.
Per ora è soltanto una suggestione. Forse persino una provocazione. Ma il semplice fatto che se ne inizi a parlare racconta molto più di mille congressi per acclamazione. Perché quando un partito smette di discutere, inevitabilmente qualcuno inizia a cercare altrove chi possa tornare davvero a parlare al suo popolo.